Parla BARBARA!

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FONTE: MILANNEWS.IT Dopo l’anticipazione di una settimana fa propostavi da Milannews, ecco l’intervista integrale rilasciata al mensile FourFourTwo Italia dalla vicepresidente e amministratrice delegata del Milan, Barbara Berlusconi. Quando suo padre entrò in Via Turati, lei non era ancora nata. Qual è il suo primo ricordo rossonero? “Non ne ricordo…

FONTE: MILANNEWS.IT

Dopo l’anticipazione di una settimana fa propostavi da Milannews, ecco l’intervista integrale rilasciata al mensile FourFourTwo Italia dalla vicepresidente e amministratrice delegata del Milan, Barbara Berlusconi.

Quando suo padre entrò in Via Turati, lei non era ancora nata. Qual è il suo primo ricordo rossonero? “Non ne ricordo uno in particolare. Fin da piccolissima, mio padre mi portava molto spesso a San Siro. Da allora non ho mai smesso di gioire e soffrire per le sorti del Milan”. 

Che cos’è e che cosa rappresenta il Milan per lei: un affare di cuore, un business, l’una e l’altra cosa insieme? “Entrambe le cose”.

Quali sono i suoi autentici rapporti con Galliani oggi? Negli scorsi mesi, con Adriano Galliani, si è aperto un confronto certo duro, ma che oggi valuto positivamente. Un confronto utile e costruttivo che riguarda tutti gli ambiti societari e che porterà cambiamenti significativi. Sono certa che questo chiarimento e la ritrovata comunità’ d’intenti non potrà che giovare al Milan. Oggi il nostro rapporto è buono e all’ insegna della collaborazione”.  

Il mondo del calcio è ancora molto maschilista. Come vede le donne nel calcio? “Non vedrei la presenza femminile come un merito o un valore aggiunto. Ma semplicemente come un dato di fatto. Sempre più donne rivestono ruoli chiave nella società di calcio. E questo perché i club sono oramai della aziende e il calcio è un vero e proprio business. E in tutte le aziende il numero e l’importanza delle donne è in costante crescita”. 

Come mai il calcio italiano in pochi anni ha perso appeal? “Si è sottovalutata la concorrenza europea che, stagione dopo stagione, ha guadagnato quote di mercato, sottraendo ai nostri club importanti porzioni di ricavi. Nel 2000 3 delle prime 5 società d’Europa per fatturato erano italiane. Oggi siamo molto più indietro. Il modello del calcio futuro è inevitabilmente un mix di successi sportivi e capacità di ottenere risultati commerciali, finanziari e manageriali. E i risultati migliori sul campo vanno proprio chi è stato capace di dotarsi di una struttura e di efficienti strategie commerciali”. 

Un esempio di Paese virtuoso? “La Germania, con stadi di proprietà e ricche sponsorizzazioni, senza fare follie hanno creato un sistema virtuoso, un esempio da imitare. Conti in ordine, stadi pieni, sviluppo delle attività commerciali e tanti giovani in campo. Dobbiamo sempre ricordarci poi che Il calcio non è un business solo per chi guadagna milioni di euro, ma anche per i tanti posti di lavoro che crea”.

Quindi il calcio per lei è un’industria… “Ha un giro d’affari che genera, nel nostro paese, un indotto di circa 8 miliardi di euro. Ma soprattutto produce, per lo Stato, introiti per più di un milione di euro. Per questo, e per il valore sociale nei confronti di 40 milioni di appassionati, non si può far finta che sia un intrattenimento come un altro”.

Ha delle idee per rilanciare il Milan nel settore sportivo? Sono materie di competenza di Adriano Galliani. Il Milan sta affrontando una profonda riorganizzazione. Si sta attrezzando al meglio per affrontare le nuove sfide di un calcio che certamente è cambiato. Puntiamo molto sui giovani, su una struttura di osservatori in grado di scovare nuovi talenti in tutto il mondo. Ma questo senza rinunciare ai grandi acquisti, ai grandi top player.

Creare una squadra forte senza spendere soldi e creare soldi per far diventare la squadra forte. Qual è la sua strada? Entrambe le cose. L’obiettivo è quello di ingaggiare giovani talenti prima che diventino top player e prima che il loro costo sia, per noi, difficile da sostenere. Aumentare i ricavi, poi, è una sfida per noi centrale. Solo così potremmo autofinanziarci, migliorare le strutture e permetterci qualche top player in più. Una sfida che darà i primi risultati nel medio periodo, non prima di tre anni.

La scelta di Seedorf è stata concordata con suo padre? “No. E’ una scelta di mio padre che lo ha sempre stimato come professionista e come uomo”.  

Qual è stato il miglior allenatore del Milan berlusconiano e perché? Qual è il giocatore simbolo del suo Milan? “Non ne citerei uno in particolare. In tanti hanno contribuito alla nostra storia di successi”.

Lei è una giovane signora, madre di due figli in tenera età: come concilia l’amore per loro e il desiderio di essere loro accanto il maggior tempo possibile con la mole di impegni lavorativi con cui fa i conti ogni giorno? E quanto è difficile non avere privacy o averne pochissima, considerato che i riflettori saranno sempre più accesi su di lei? “Sono una donna privilegiata. Perché posso contare su persone fidate che mi aiutano a seguire i miei figli. Inoltre ho in mia mamma Veronica e in mia sorella Eleonora due alleate preziose. Così posso contare su tanti aiuti durante la giornata, in modo da gestire i ragazzi, i loro spostamenti, senza essere in ansia costante. Sono fortunata, ma comunque non è semplice. Gli impegni sono sempre maggiori, i pensieri, le pressioni non mancano. Gli affetti sono il mio centro, ma il lavoro richiede che io sia sempre presente”.

Che cosa significa, nell’Italia del 2014, essere la figlia terzogenita di Silvio Berlusconi, vicepresidente e amministratrice delegata del Milan? Gli invidiosi che, in questo caso, spesso sono anche dei frustrati, dicono sia una raccomandata. Gli estimatori ribattono sia una donna di 29 anni, colta, preparata, dalle idee chiare e terribilmente pronta a prendere il comando del Milan. Che cosa risponde agli uni e agli altri? “Tutti hanno il diritto di esprimere opinioni e certamente, ribadisco, mi trovo in una posizione privilegiata. Mi piacerebbe, però, essere giudicata sui contenuti e sulle idee che ho portato avanti in questi tre anni al Milan. Mi piace il confronto, non mi spaventano le critiche quando sono costruttive. Amo discutere e sentire anche altre opinioni. Poi però è necessario prendere decisioni soprattutto quando ne si è profondamente convinti”. 

Buona parte della classe dirigente del calcio italiano è attaccata alla poltrona e appartiene al mesozoico. Ci sono dirigenti che ricoprono incarichi federali da prima della caduta del muro di Berlino: con tutto il rispetto per le persone, quando comincia la rottamazione? Lei intende contribuirvi? “Non sono solita usare la bandiera generazionale come clava contro coloro che sono più in la negli anni. Ci sono persone preparate e valide che, seppur non più giovanissime, sono un valore aggiunto grazie alla loro grande esperienza e capacità. Sono convinta però che un certo ricambio sia sempre auspicabile per evitare che si formino gruppi di interesse che bloccano qualsiasi cambiamento”.

Questione stadi: conferma che il Milan vuole costruirne uno tutto suo? “Confermo che stiamo valutando soluzioni alternative a San Siro. Ma decisioni non sono state ancora prese anche perchè il tema è molto complesso. Richiede un approfondimento che è in corso proprio in questi giorni con i miei più stretti collaboratori”. 

Pensa che esista un modo efficace per risolvere il problema degli incassi stadio? Si. Con la costruzione di stadi di proprietà. Gli stadi italiani risentono del tempo. Erano stati concepiti per il campionato del mondo del 1990. Oggi, invece, lo stadio deve essere un luogo in cui si fa intrattenimento non solo per i 90 minuti della partita. Ma sette giorni su sette. Mi piacerebbe, ad esempio, vedere le famiglie trascorrere l’intero pomeriggio dell’incontro di calcio all’ interno di una struttura che possa offrire ai propri clienti anche Ristoranti, Bar, Palestre, sale per riunioni e convegni. Solo così gli incassi potranno aumentare”

Al derby ha incontrato Thohir: che impressione le ha fatto? Che cos’è l’Inter per lei: la rivale storica o, nel calcio del terzo millennio, una rivale come le altre? “Thoir è una persona cordiale e disponibile. Ho grande rispetto i nostri cugini. Non posso definire l’Inter una squadra come le altre. C’e’ grande rivalità, ma anche il rispetto che è un tratto storico di Milano e dei milanesi”

Razzismo, inciviltà, curve chiuse che poi vengono riaperte da una giustizia sportiva incapace di imporre l’applicazione delle sue stesse norme. Lei che cosa si ripromette di fare contro questo fenomeno? “Sugli episodi di razzismo mi sono espressa più volte. Per me deve essere applicata la tolleranza zero. Per troppo tempo si è fatto finta di non vedere e di non sentire. Dopo il caso Boateng finalmente qualcosa è cambiato”. 

Il fair play finanziario è un’utopia o un insieme di regole che funzionerà? Vi spaventa? “Vedremo se è solo uno slogan o sarà applicato veramente. Di certo obbliga a una gestione totalmente diversa. Le proprietà avranno forti limiti alla possibilità di ripianare le perdite. E non perché non lo vorranno, ma perché questo provvedimento non lo consentirà più. Il Milan, in ogni caso, come anche altre realtà italiane, è chiamato a vincere la “sfida della modernità”. Deve strutturarsi per competere sui mercati internazionali, attrarre nuovi partner commerciali, guardare ai paesi emergenti, far crescere la notorietà del brand, rinnovare le strutture, gestire il marchio a 360 gradi. Soprattutto, diversificare i ricavi. Tutti gli sforzi e le energie non potranno più esaurirsi nella mera fase sportiva”.

Ma lei condivide l’impostazione del Financial Fair Play? Oggi, questo orientamento è l’unico possibile. E non solo perchè lo impone l’UEFA, ma perché ne sono convinta. Oggi, solo il 9% delle risorse di finanziamento delle società è costituito da ciò che le stesse posseggono, ovvero dai capitali propri. I debiti verso le banche o verso sono oggi molto pesanti. Ciò significa che le persone che fanno il calcio in realtà non lo posseggono, o ne posseggono solo una minima parte, e che se un giorno le banche non dovessero più sostenerlo, questa realtà sarà destinata a collassare”.

Il metro del successo di un club è il risultato del campo? “I risultati sul campo sono fondamentali, ma non sono tutto. Alla fine degli anni Novanta molti club hanno investito tutti gli introiti dei diritti televisivi negli ingaggi e non per rinnovare le strutture e creare valore. Ma così nulla è rimasto per gli impianti e per lo sviluppo. In questo senso una società come l’Arsenal ha seguito una filosofia opposta: meno risultati sportivi, più spettacolo e risultati commerciali. Può piacere o meno ma è un modello a cui si deve guardare con interesse.”

Per Lei il calcio è uno spettacolo come altri? “Non proprio, è una affermazione riduttiva. Il nostro business però è anche quello di fare spettacolo e intrattenimento. Ma il calcio è anche qualcosa di piu’. Come ho già avuto modo di affermare, nel calcio non esistono, tra le persone, differenze sociali, razziali, politiche o economiche. Il Calcio ci rende tutti uguali e tutti liberi: si dispera e soffre il manager della city di Londra così come il bambino dei sobborghi di Soweto, i discendenti Inca a Lima così come gli impiegati in coda nel metro di Tokyo. Il Calcio è la lingua del mondo perché non si è ancora scoperto sul pianeta terra qualcosa che abbia la stessa forza narrativa, qualcosa che generi lo stesso potere di identificazione tra le persone.

E’ vero che aprirete un nuovo museo? Il museo è solo una parte del progetto che è in via di realizzazione e che ho fortemente voluto. Anzitutto Il Milan da pochi mesi ha cambiato sede. Ora i nostri uffici sono moderni e studiati da un noto designer italiano Fabio Novembre. Ma la nuova sede sarà un vero e proprio polo d’attrazione aperto a tutti coloro, italiani e stranieri, che vorranno venire a farci visita. Troveranno oltre al museo, anche un negozio e un ristorante. Tutto all’insegna dell’innovazione e del design. Un luogo che permetterà, ogni giorno, di mettere in contatto i nostri tifosi con il Milan”.

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