Quelli che al Mondiale non c’andranno mai. Ma sarebbe bello…

Quelli che al Mondiale non c’andranno mai. Ma sarebbe bello…

Ormai mancano meno di 100 giorni al Mondiale. E com’è giusto che sia, e come accade da sempre, l’opinione pubblica si scaglia, cocente, sulle scelte del Commissario tecnico di turno. Commentandone e, quasi sempre, criticandone le scelte. Di tanti degli azzurri si critica la facoltà di convocazione; di tanti altri,…

Ormai mancano meno di 100 giorni al Mondiale. E com’è giusto che sia, e come accade da sempre, l’opinione pubblica si scaglia, cocente, sulle scelte del Commissario tecnico di turno. Commentandone e, quasi sempre, criticandone le scelte. Di tanti degli azzurri si critica la facoltà di convocazione; di tanti altri, invece, si promuove la convocazione stessa. Si discute della legge sugli oriundi, e su come e quando applicarla. Si valuta se, rispetto a quello che è il rendimento individuato dai giornalisti, si siano fate le scelte più coerenti. Ma tràttasi comunque di potenziali e concreti candidati, all’azzurro. Gente che, quella maglia, l’ha già assaggiata, magari in passato, o che per meriti oggettivi non può non vestirla, in quel di Brasile.  Esiste però anche un sottobosco, bello folto, di calciatori che il Mondiale non solo non lo giocheranno, ma che non hanno neanche una minima chance di giocarlo, a meno di clamorosi stravolgimenti. Anche perché le ultime tappe di avvicinamento alla kermesse sono state giocate, il gruppo s’è ormai formato e la lista, che si dovrà necessariamente fermare a quota 23, su per giù è già stata stilata. Ma il calcio è soprattutto fatto di storie. Storie di ragazzi più o meno giovani che una partecipazione come quella alla Coppa del Mondo la sognano, la sogneranno o l’hanno sognata per una vita, e che, per i motivi più diversi e assurdi, forse, la meriterebbero pure. Magari non nella realtà, ma quantomeno così, nel mondo delle fiabe. Perché ognuno di loro ne ha una. Ed è nostro dovere se non formale quantomeno morale raccontarle.

 

1) Andrea Consigli (Atalanta) – Perché è stato uno dei primissimi ad esser candidati all’Oscar di “erede di Buffon”, ed è diventato il portiere titolare dell’Atalanta a 21, e da allora è sempre stato uno dei migliori, oltre che più affidabili e costanti, di Serie A. L’azzurro l’ha sfiorato solo una volta, 2 anni fa. E mai più. Perché ha avuto la sfortuna di giocare in un’epoca come questa, fatta di un solo, grandissimo, tra i pali, e tutta una serie di mediocri intorno a lui. Ed allora perché non lui. Forse perché non ha mai avuto la fortuna di farsi comprare da una grande.

12) Gianluca Pegolo (Sassuolo) – A 33 anni, e dopo una vita da portiere di provincia, continua a fare il portiere di provincia. E’ una carriera che, personalmente, adoro. Fatta di reumatismi ripetuti a causa del numero di volte in cui ci si china a raccogliere il pallone in fondo alla rete, fatta di sole gioie per la salvezze raggiunte anche grazie ai propri voli, e di quelle mancate anche a causa di difese che non t’assistono. Scoperto 2 anni fa a Siena, l’ultima volta che vestì la maglia azzurra risale al 2003. Era quella dell’Under 21.

22) Simone Scuffet (Udinese) – Perché un 17enne che fa il titolare in Serie A non si può non premiare. E perché, in Italia, i Mondiali sono un po’ come le elezioni del Senato italiano. Se hai meno di 21 anni non ci puoi andare.

 

4) Luca Rossettini (Cagliari) – Perché ha solo due anni in più di Astori, ed il suo cartellino vale un decimo di quello del suo compagno. Quando ancora nessuno s’è reso conto che, tra i due, ci sono ben poche differenze. Ed allora, o entrambi al Mondiale, o nessuno dei due.

23) Luca Antonini (Genoa) – Solo perché un tifoso del Grifone, supportato da un web-portale tematico rossoblù, ha aperto una petizione per avere l’ex rossonero in Nazionale. E perché la petizione ha raggiunto ben 72 firme.

2) Jonathan Cícero Moreira (Inter) – Perché la favola del bidone che, nel giro di sei mesi, prima diventa campione, e poi va al Mondiale da oriundo è troppo originale affinché non venga raccontata ai posteri. Perché s’è già detto disponibile. Perché ormai gli oriundi in azzurro sono stati sdoganati e, diciamolo, anche un po’ perché Maggio ed Abate non è che stiano facendo molto meglio di lui.

13) Danilo D’Ambrosio (Inter) – Perché prima di andare all’Inter era il miglior esterno italiano del campionato. Peccato che poi Mazzarri l’abbia voluto fortemente a Milano, e solo per relegarlo costantemente in panchina. Un gran Mondiale sarebbe il modo giusto per ripagare la scarsissima fiducia del suo allenatore.

5) Guglielmo Stendardo (Atalanta) – Perché un avvocato, in Nazionale, serve sempre. Soprattutto se viene schierato in difesa. E perché un espero di diritto, azzurro, ci manca sin dai tempi di Oddo: per chi non lo sapesse, oltre che rubicondo drinkatore di superalcolici dopo i trionfi, anche inatteso laureato in Scienze giuridiche. Guglielmo, però, altra annata da muro in quel di Bergamo, deve ancora superare gli esami di stato, dopo la bocciatura della scorsa estate. 

6) Alessandro Lucarelli (Parma) – Perché per lui vale lo stesso discorso fatto per i due cagliaritani. Non c’è un Astori senza un Rossettini, e non c’è un Paletta senza un Lucarelli. E poi perché in difesa ci serve esperienza, e lui, dall’alto dei suoi 37 anni, ne ha da vendere. Soprattutto nell’anno in cui, da stopper, va in gol per ben 4 volte in campionato.

15) Daniele Gastaldello (Sampdoria) – Perché, di questa trupa di difensori disperati, è uno di quelli con maggiori trascorsi azzurri. Conta 4 convocazioni ed un’amichevole giocata, nel 2011. Per assurdo, dunque, potrebbe anche andare a giocare i Mondiali, che so, con la Bosnia-Erzegovina: ma se considerate che da 7 anni è l’unico vero pilastro della difesa blucerchiata di cui è anche capitano, io eviterei la diaspora.

3) Manuel Pasqual (Fiorentina) – A proposito di capitani. La sua è una storia che vale la pena raccontare. I Mondiali li aveva già subodorati nel lontano 2006, quando venne convocato, per la pria volta, a marzo, da Lippi. Poi, però, in Germania andò Grosso (e meno male, aggiungerei). In Nazionale c’è tornato dopo una vita intera, a settembre. Si giocava contro la Repubblica Ceca: viene messo knock-out da una gomitata del raffinato, esce dal campo sanguinante, e non ci torna più. Perché? E non veniteci a dire che Criscito sia meglio.

 

14) Allan (Udinese) – Perché quest’anno si è smesso di parlare di lui, e non si capisce perché. Lo scorso anno è stato il mediano di rottura più significativo del campionato; su di lui s’erano posati gli occhi delle grandi, ma poi è restato nel dimenticatoio friulano. E quest’anno non è neanche più titolare, in bianconero. Perché? A 22 anni può ancora diventare il Gattuso oriundo del nuovo millennio.

7) Romulo (Verona) – Semplicemente, perché è la miglior mezzala della Serie A. Ed esterno. E terzino. Ed ala. Insomma, perché può e deve fare il jolly. E perché il Brasile non lo convocherà mai: è troppo bravo tatticamente.

17) Jorginho (Napoli) – Qui è necessario aprire una parentesi: perché il neo partenopeo, ad oggi, non può esser convocato. Perché è sì cittadino italiano, solo che lo è diventato non per discendenza diretta (nonno), ma attraverso un trisavolo. La Fifa, in effetti, prevede che debbano passare almeno cinque anni di residenza a partire dal 18° anno di età, perchè il giocatore sia convocabile. Nel caso di Jorginho, dunque, nato il 20 dicembre ’91, si dovrebbe attendere il 20 dicembre 2014. Jorginho, però, risiede in Italia sin da quando aveva quindici anni. Quindi la Federazione potrebbe tranquillamente chiedere, ed ottenere, una deroga alla Fifa, considerato che gli anni di effettiva residenza sono superiori ai cinque richiesti. Ed allora, perché?

21) Leandro Greco (Livorno) – Forse nessuno se n’è accorto, ma non c’è un’azione da gol del Livorno che non passi dai suoi piedi. A 20 anni faceva parte del blocco giovanile della Roma che doveva spaccare il proprio futuro: in pochi, in verità, ci riuscirono. Non Leandro, che le prime, vere, soddisfazioni se le sta levando adesso, a 28 anni suonati e con un figlio a carico, in Toscana. Mezzala totale in grado di impostare e di concludere. Talento purissimo. 

20) Francesco Lodi (Catania) – Perché un mancino che disegna i calci da fermo come nessun’altro serve sempre. E perché, dopo oltre 20 gol in cinque anni in Serie A da regista, almeno una convocazione la merita. Perché non da vice-Pirlo?

16) Daniele Conti (Cagliari) – Sempre tra i migliori, a fine stagione, del Cagliari, di cui è emblema da 15 lunghi anni, 11 dei quali in A. Tanti gol e tanti cartellini, così come tanti avversari stoppati, con le buone e, soprattutto, con le cattive. Avesse trovato un C.T. pronto a consacrarne la carriera. Mai una convocazione. #MaiNaGioia.  

 

8) Graziano Pellé (Feyenoord) – In Olanda segna col mitra: in 2 anni 51 gol in 60 presenze sono il suo biglietto da visita, che però non gli vale una maglia azzurra dal 2008 (Torneo di Tolone, U21). Ci chiediamo quale sia il target minimo richiesto, per fare da vice Balotelli. Gilardino e Osvaldo messi insieme, quest’anno, non hanno segnato quanto lui. Eppure…

9) Luca Toni (Verona) – In campionato ha messo in cascina 13 gol. Tanti quanti Higuain, pagato 45 milioni. Lui, invece, a Verona c’è arrivato da svincolato, dopo una onorevolissima stagione da gregario in Viola, ed un anno in esilio (dorato) a Dubai. A chiedersi se, quella 2006, fu o meno la migliore annaa della sua vita. E quanto potesse riavvinarcisi, come rendimento e stato di forma. Mai avrebbe potuto credere che l’annata giusta del suo ritorno nell’Olimpo dei goleador sarebbe stata questa. Otto anni dopo, ed a 37 anni suonati. Ma tanto, lo dicevamo prima, ci sono Gilardino e Osvaldo (bis). Ah, non sono l’unico a pensarla così.

10) Francesco Totti (Roma) – Per lui parlano i piedi, capaci di incantare, nonostante tutto. Parla la testa, che ragiona meglio di tantissimi ragazzini che hanno la metà della sua età, e giocate come le sue neanche potranno mai sognare di farle. Parlano i muscoli, ormai talmente gracili da consentirgli al massimo, numeri alla mano, metà stagione. Parla una carriera che lo incorona, oggi, come ultimo dei reduci del gran calcio italiano degli anni ’90. 

18) Antonio Cassano (Parma) – Cassano è Cassano. E’ il faro del Parma, oltre che il vero, autentico, primo bad boy del calcio italiano. E poi è intorno a lui che s’è plasmata la prima Nazionale prandelliana. Le sue giocate ad Euro 2012 ancora ce le ho negli occhi. Così come quelle che regala, oggi, a Donadoni. E poi, vogliamo dirlo? Fargli chiudere la carriera senza neanche una partecipazione Mondiale sarebbe una sconfitta per tutti. Soprattutto per lui.

11) Giampaolo Pazzini (Milan) – La sua ultima da titolare, in azzurro, risale esattamente a 2 anni fa. Stava per chiudere la sua (breve) parentesi nerazzurra, prima di intraprendere quella da erede dei grandi goleador al Milan. Là dove, meglio di lui, ha fatto solo El Shaarawy (16 gol contro 15), ma giocando molto di più. Oggi è tornato dall’ennesimo, grave infortunio, ed anche per questo, quando scende in campo, negli occhi gli si legge la voglia di spaccare il mondo e sul collo la vena turgida. Quella di un certo Pippo Inzaghi. Ma tanto, lo dicevamo prima, ci sono Gilardino e Osvaldo (ter). 

19) Davide Moscardelli (Bologna) – Diceva Shakespeare che chi ha la barba è più che un giovane, e chi non la ha barba è meno che un uomo. Diceva Schopenhauer, invece, che la barba, essendo quasi un maschera, dovrebbe essere proibita dalla polizia. Inoltre, come distintivo del sesso in mezzo al viso, è oscena e per questo piace alle donne

Ah, dimenticavo: quest’ultimo venne trovato morto, seduto sulla sua sedia della sua scrivania, malato di tachicardia, polmonite e pleurite. E che c’entra questo con Moscardelli? Nulla. Però ha detto che se viene convocato si taglia la barba. Sarà felice Schopenauer. Ed anche noi.

fantagazzetta

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