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UNA VITA DA LAZIALE- Un canto d’amore, petali di margherita e un calcio in faccia

UNA VITA DA LAZIALE- Un canto d’amore, petali di margherita e un calcio in faccia

di cittacelesteredazione

di Simone Cesarei

ROMA- Siamo all’ultimo giro, abbiamo affrontato l’ultima curva. Siamo scivolati più volte nel tragitto, ci siamo rialzati, sempre fieri, testa alta e petto in fuori. Stavolta però, proprio quando un sorriso di vittoria si cominciava a intravedere tra la tensione di un popolo alle prese con il proprio destino, qualcosa è andato storto. Qualcosa che non so spiegare, che probabilmente nessuno sa spiegare, perchè il calcio è troppo crudele per seguire una logica. Non c’è alcun Dio in questo sport, non esiste meritocrazia. Eppure ci avevo creduto, ci avevamo creduto tutti. Avevamo creduto che dopo tutto quello che abbiamo passato, dopo i torti arbitrali, dopo Salisburgo, dopo i festeggiamenti di chi non ha vinto comunque niente, forse ce lo meritavamo. Abbiamo cominciato a sentire quella musica che ora sembra un ricordo troppo lontano, abbiamo sgranato gli occhi, pensato che questo potesse essere l’inizio di qualcosa di importante. Ma poi ci siamo svegliati, e i sogni ad occhi aperti hanno lasciato il posto ad una realtà troppo dura da digerire. Sogni che se ne vanno in un soffio di vento, come petali di margherita in primavera.

GRAZIE

Inzaghi, allenatore della Lazio

Le parole scivolano via, c’è solamente tanta, troppa malinconia. Nessuna intenzione di fare la rima, non c’è spazio per la poesia, ma la volontà di dar voce ad un canto d’amore. Lo stesso che ci ha portato ogni domenica all’Olimpico, lo stesso che ci ha visto girare l’Italia sventolando senza paura le nostre bandiere, lo stesso che ci ha accompagnato in quella maledetta notte austriaca, e che ha trovato la sua nota più alta ieri sera. In una partita pazza, senza senso e senza cuore. Una partita che è finita con un calcio in faccia che non ha ferito solo Strakosha, ma tutti noi. Una gara in cui Patric, fresco di tinta e biondo come non mai, si è fatto espellere senza nemmeno entrare in campo, e c’era un po’ di tutti noi nella sua rabbia. Una partita in cui le lacrime di de Vrij, sono le nostre. Non sono diverse da quelle di chi era in Curva con la sciarpa al vento, o di chi era ammutolito insieme agli amici davanti alla Tv, aspettando che qualcuno, svegliandolo con un pizzicotto, lo rassicurasse che “era solo un incubo”. Proprio a te, Stefan, va il mio grazie più sentito. Dopo una settimana in cui ognuno ha avuto il diritto di dire quello che voleva, sulla professionalità di un ragazzo che ha onorato la maglia fino all’ultimo, nonostante sapesse da gennaio che sarebbe andato via, e sapeva anche dove. Un ragazzo che è diventato uomo con l’aquila sul petto, e che ieri ha commesso un errore umano. La gratitudine in questo momento è difficile da provare, ma chi si aspettava di lottare per la Champions League a inizio anno? Il mister, forse. E proprio Inzaghi, che qualcuno ha avuto anche il coraggio di mette in discussione, è il vero artefice di questo piccolo grande miracolo mancato. Una sola cosa però, mister, ci sentiamo di chiederti: che sia solo l’inizio. Perchè in fin dei conti, ce lo meritiamo.

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