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Lotito insiste sulla Figc: “Ho vinto, ma rinunciato per il bene della Lazio. Io sono come Milinkovic”

Queste le parole del presidente Lotito

redazionecittaceleste

ROMA - Passata la nottata, ieri ha ripreso a telefonare. Col solito mantra: «C’ho numeri importanti, te porto dodici, tredici società». Una virtù sopra tutte gli va riconosciuta: la resilienza. Intesa sia nella sua accezione tecnologica (la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi), sia in quella psicologica: la capacità di un individuo di superare un evento traumatico. Claudio Lotito è del tipo che si piega ma non si spezza. Piuttosto che darsi per vinto, si deforma. «La candidatura? Ho rinunciato per il bene della Lazio — ha raccontato —, avrebbe avuto troppe ripercussioni». Non ci ha creduto nessuno, ma intanto Lotito è ripartito. Lui non si arrende, passa ad un’altra strategia. O cambia interlocutore. Non ha la puzza sotto al naso e non porta rancore. Se gli conviene, tratta anche col peggior nemico. «E caparbio e imprevedibile», ha detto di lui Gabriele Gravina. Al quale, nelle 24 ore trascorse dall’illusione di potersi candidare alla constatazione che, stavolta, aveva fatto male i suoi conti, Lotito è riuscito a offrire una vicepresidenza, pur di convincerlo a dargli i voti di Lega Pro. L’altra, l’aveva già offerta a Cosimo Sibilia. «Per chi fa il vicario mettetevi d’accordo voi, non è un problema mio».

CHE MODI

Non è mai un problema di Claudio Lotito. Le maldicenze sul suo conto, quasi tutte vere, scrive la Gazzettadellosport, come si dice a Roma gli rimbalzano addosso. Lui tira dritto, capace di tutto, fuorché di vergognarsi. Gravina ne parla male? Lui lo tempesta di telefonate. «A Gabrie’, stai con me che c’ho i voti». Sibilia prova a liberarsi dal suo abbraccio soffocante? Lui irrompe nella sua assemblea, in modo che tutti se ne accorgano, poi lo chiude due ore in una stanza. «Cosimi; damme retta, se te comporti bene vinciamo». Invadente, e quando esagera, cioè sempre, pure parecchio ingombrante. Se stai con Lotito, stai contro tutti gli altri. Molto spesso non è nemmeno una questione di idee, ma di modi. Gli stessi che gli riconoscono grandi capacità imprenditoriali e la dote, che fa comodo a tanti in Lega di A, di saper studiare le norme e interpretarle, dicono che poi rovina tutto con i suoi atteggiamenti (lo sanno bene i tifosi della Lazio). Con la grazia, peraltro ostentata, dell’elefante in una cristalleria, con quel linguaggio strampalato, un miscuglio di latinismi e pecoreccio, la petulanza, e l’approccio un pochino urtante del pedagogo. Quel perenne insegnarti a campare che alla fine ti fa esclamare: che palle!

IN DECLINO?

Peccato, perché come ha detto pubblicamente Sibilia, che ha imparato a conoscerlo dai tempi della legge sugli stadi («Me lo trovavo tutti i giorni in Senato», ricorda ancora), «il soggetto è molto capace». Ed è vero. Il calcio italiano, che al suo arrivo lo battezzò come un personaggio folkloristico — le campagne di moralizzazione, le citazioni dal latino, l’atteggiarsi da Alberto Sordi —, si accorse di Lotito quando convinse Berlusconi a rateizzargli 140 milioni di debiti col fisco in 23 anni. Poi, quando mise alla porta gli Irriducibili, tagliandogli innanzitutto i viveri di cui godevano con Cragnotti. Intuizioni felici e scelte coraggiose. Che sia un buon presidente, glielo ha riconosciuto anche Urbano Cairo, l’altro giorno in Lega, prima che il botta e risposta diventasse psicodramma, con l’altro a urlare: «Me attaccate solo perché me chiamo Lotito, se me chiamavo Mencucci me votavate». Chissà, forse ha ragione lui. O Preziosi, il primo dei suoi pretoriani, chanche ieri ricordava: «Stiamo con Lotito non perché ci piaccia, ma perché nessuno come lui fa valere le nostre istanze». Con onestà intellettuale e senza ipocrisie, va detto che il primo Tavecchio — quello con la stanza di Lotito al quinto piano, Lotito con la tuta della Nazionale, Lotito sempre in mezzo, Lotito a che titolo? — non conobbe crisi di governo, e anzi godè di buona tenuta politica. Mentre il secondo, cacciato il mercante dal tempio, ha fatto la fine che conosciamo. Checché se ne dica, seppure un paio in meno di quante ne contava lui, il soggetto è ancora capace di influenzare, se non addirittura indirizzare, gli orientamenti di una ventina di società tra A e B, che alle urne valgono il 7-8%. Siamo onesti: chi ha il coraggio di rinunciarci? Del resto, come ama ricordare il nostro, «con Lotito il risultato è garantito». Anche se oggi vale un po’ meno. Una volta, determinava le vittorie di uno o dell’altro fronte, oggi tutt’al più può determinare uno stallo. Di recente, ha perso qualche colpo. Se è un vero declino, è iniziato due anni fa, quando il suo candidato alla presidenza della Lega Pro, Lello Pagnozzi, fu sonoramente sconfitto da Gabriele Gravina. Il quale, anche stavolta, ha accettato la sfida: «Claudio, scommettiamo che ho più voti di te?».

PRESUNZIONE

Intanto il numero uno della Lazio al Corrieredellosport insiste ancora: “Le firme le avevo, altro che sconfitta. Ho vinto e ora tutti sanno quanto ‘peso’.  Borsa e club erano a rischio, così alla fine ho preferito di noIntorno alla Lazio c’è simpatia. Obiettivo Champions League? Se restiamo compatti si può. Sono orgoglioso di questa squadra: la più bella perché la più unita. Milinkovic? Non ha un valore perché non è sul mercato. Mi somiglia: ha spirito di sacrificio, determinazione e coraggio. Io Lotirchio? Mai pensato che chi più paga, più vince: servono idee”.

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