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Mihajlovic: “Da quando non gioco una parte di me è morta. Avrei desiderato imparare la maledetta da Pirlo”

ROMA – L’allenatore del Torino ed ex giocatore biancoceleste Sinisa Mihajlovic, ai microfoni dell’Equipe, ha parlato delle sue tre punizioni realizzate in una sola partita – record condiviso con Veron e Pirlo –...

redazionecittaceleste

ROMA - L'allenatore del Torino ed ex giocatore biancoceleste Sinisa Mihajlovic, ai microfoni dell'Equipe, ha parlato delle sue tre punizioni realizzate in una sola partita - record condiviso con Veron e Pirlo - quando indossava la maglia della Lazio: "Era la partita contro la Sampdoria, che noi vincemmo 5-2 o 5-3 (5-2, era il 13 dicembre del 1998). Avevo tirato tre calci di punizione, tre gol. In porta c'era Ferron. Lo conoscevo, quando ho giocato alla Sampdoria c'era lui. Prima della partita gli dissi: "Guarda, Ferron, non fare lo stupido che parti prima e cerchi di anticiparmi come se dovessi andare sopra alla barriera, perché tanto lo sai che ti guardo e se vedo che parti te la metto dalla parte tua". E lui: "Nono, non ti preoccupare, io non mi muovo da là". Perfetto: io nemmeno lo guardavo, mi concentravo solo a metterla sopra la barriera, tanto sapevo che lui non si sarebbe mosso. Gliene ho messe tre su tre, ma se ce n'erano cinque da tirare, gliene avrei messe cinque su cinque. L'unico problema era inquadrare la porta. Per cui gli feci quel piccolo gioco psicologico, lui aveva abboccato e non si è mosso di più.

MA QUELLA MALEDETTA! - "A quel punto cambiavo il mio modo di tirare: sempre con la stessa rincorsa, sempre guardando il portiere fino all'ultimo passo. E sempre cambiandolo, l'ultimo passo: o più lento o più veloce, per vedere se metterla sopra alla barriera o sul palo in base ai movimenti del portiere. Per me non era difficile calciarla, in qualsiasi modo. L'unico che non ho mai provato è questa "maledetta", quella di Pirlo. Quel tiro in cui non si capisce mai dove vada la palla! Sembra vada fuori, alta, poi si abbassa. L'unica che non ho mai provato, anche perché quando era uscito questo tiro qui, io avevo già smesso. Ma mi sarebbe piaciuto mi avesse spiegato come si fa per impararla".

SARACINESCHE E VICINATO - "Da quando ero piccolo, prendevo e calciavo sempre. Dal primo momento che mio padre mi comprò un pallone, era di pelle. Vicino casa mia c'era una saracinesca, mi alzavo alle sette e iniziavo a calciare. Quando prendevo la saracinesca, e faceva rumore, era gol. Se prendevo il muro, mi rimbalzava davanti il pallone e riprovavo. Tutto il giorno. Tanto è vero che dopo due, tre mesi, mio padre era costretto a cambiare la saracinesca, perché era tutta rotta, e i vicini erano incazzati perché non riuscivano a dormire". 

QUELLA PARTE DI ME... - "Non ero pigro, andavo due chilometri a piedi, dove c'era una porta regolare ma senza rete. Si trovava in un campo lasciato così, tra l'erba alta. Avevo ripulito quei 20, 25 metri poi calciavo: non essendoci rete, sia che segnassi sia che non lo facessi, la palla andava dall'altra parte. Allora io dopo aver calciato, correvo dall'altra parte, riposizionavo il pallone e tiravo ancora. Così tutti i giorni, avanti e indietro, per quattro, cinque ore: per me era questo il divertimento. E quando ho iniziato a giocare in serie C, prima e dopo l'allenamento ricominciavo a calciare, era quello il mio divertimento. Andavo ad allenarmi più che altro perché dopo sarei potuto restare a calciare. Lo facevo tutti i giorni. Come lavarsi i denti al mattino. Non potendo più giocare a calcio e non poter più calciare per fare gol, sicuramente una parte di me è morta". Nel frattempo Tare viene punito severamente dal giudice sportivo: CONTINUA A LEGGERE

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