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Da Palermo a Palermo, un anno di Inzaghi

Dalla contestazione all'entusiasmo travolgente

redazionecittaceleste

ROMA - C’è chi le chiama sliding doors, chi opportunità, per Simone Inzaghi la Lazioè semplicemente altro: “Tutti abbiamo un destino assegnato, evidentemente il mio era quello di allenare la squadra biancoceleste”. Già, per capirlo basta ravvolgere il nastro del tempo fino ad arrivare ad un anno fa. Porte girevoli, esce Pioli entra Inzaghi: era il 3 aprile scorso. Sconfitta nel derby per 4-1, Lazio in crisi e zona europea mai così distante. Quindi che si fa? Risposta scontata: si porta in prima squadra “Simoncino”: “Era il mio obiettivo da quando ho iniziato a fare questo lavoro, ora ce l’ho fatta”. La prima conferenza stampa da allenatore della Lazio è stata un tripudio di gioia. Testa alta e occhi lucidi “ma un po’ me l’aspettavo”, e chissà quante volte aveva sognato quel momento. Ma Inzaghi è sempre stato abituato a realizzare i propri desideri, fin da bambino, quando insieme a Pippo faceva infuriare mamma Marina a forza di pallonate dentro casa sognando di diventare un calciatore. Si è preso tutto Simone, sempre. Si è preso anche la Lazio quel 3 aprile e l’ha portata a Norcia, sede del ritiro post derby, dove tutto è iniziato.

Prima tappa: Palermo, prossimo avversario in campionato. Corsi e riscorsi storici, con la squadra rosanero a far da giudice al primo anno biancoceleste di Inzaghi. Quasi 365 giorni esatti da quella prima partita in A, con la doppietta di Klose e il gol di Felipe Anderson a regalargli la pima gioia. Un anno da allenatore della Lazio, un anno di emozioni “perché questa è casa mia da 17 anni”. Quasi una vita, romano acquisto ormai Inzaghi. E pensare che in estate poteva finire dritto a Salerno. Storia nota: Bielsa a Roma cosa quasi fatta, Simone ad un passo dalla Salernitana. Fermi tutti però, dietrofront. L’argentino ci ripensa e Lotito chiama il figliol prodigo: “Ero a Formentera con la famiglia quando il presidente mi ha chiamato. Non mi sono mai sentito una seconda scelta: si stava compiendo un disegno. Era giusto rimanessi io e così si è verificato”. Ci ha sempre creduto Simone, come se sapesse da sempre che quella panchina biancoceleste prima o poi gli sarebbe appartenuta. Non si sbagliava, d’altronde uno dei suoi motti è “insistere sempre”, lo ripete spesso anche ai suoi giocatori.

“Testa, cuore e umiltà”. Un dogma - assicura Gianlucadimarzio - e un credo: la ricetta del successo di “Simoncino”. Pardon: Simone, perché sono i finiti i tempi in cui “ah, ma quello è il fratello di Filippo”. Gli è bastato un anno per sovvertire le gerarchie, per iniziare a brillare di luce propria. Ha fatto parlare il campo. E il verdetto è stato unanime: promosso a pieni voti. Da Palermo al Palermo: ha raccolto consensi, applausi, premi. Ha preso la Lazio, l’ha resa squadra vera. A sua immagine e somiglianza. Divertente, brillante, affamata. Anche cinica: perché ora la squadra biancoceleste porta a casa punti pesanti come solo le grandi sanno fare. In estate ha voluto fortemente Immobile e ora si gode i suoi gol. Ha lanciato giovani e ora ne raccoglie i frutti: Murgia, Lombardi, Strakosha e Rossi su tutti. Ha instaurato la Milinkocrazia nel centrocampo biancoceleste e reso Felipe Anderson giocatore totale. Ha battuto record appartenuti a grandi allenatori del passato (vedi Eriksson) e portato entusiasmo. Ma soprattutto ha conquistato la finale di Coppa Italia dopo aver superato la Roma. A fari spenti ma con la testa alta, sempre. “Sto realizzando il mio sogno”, ha ripetuto spesso. Questo è solo l’inizio però, anche se un anno è già scivolato via. Prima linea tracciata, tempo di bilanci. Ma qui in pochi hanno dubbi. Il futuro di Inzaghi è radioso: CONTINUA A LEGGERE

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