BUFFON: “Potevo lasciare la Juve, ma…”

Allo Juventus Stadium si è svolta oggi una lezione davvero speciale, con professore d’eccezione Gigi Buffon. L’incontro, organizzato da Marco Ceresa, AD di Randstad Italia, Dino Ruta, docente di Human Resources e Sport Management presso la SDA Bocconi, School of Management dell’Università Bocconi, ha riportato le seguenti parole del capitano…

di redazionecittaceleste

Allo Juventus Stadium si è svolta oggi una lezione davvero speciale, con professore d’eccezione Gigi Buffon. L’incontro, organizzato da Marco Ceresa, AD di Randstad Italia, Dino Ruta, docente di Human Resources e Sport Management presso la SDA Bocconi, School of Management dell’Università Bocconi, ha riportato le seguenti parole del capitano della Juventus, come riportato dal sito ufficiale della società e da Tuttosport.com: “Il talento è una dote naturale ed è un’ottima base di partenza, ma se non lo si supporta con la perseveranza e l’abnegazione si rischia di essere un campione inespresso o un talento effimero. Mi hanno aiutato moltissimo mio padre e mia madre, che seppur in un’altra disciplina avevano ottenuto successo. Visto che io ero un esuberante per natura, il loro modo di bacchettarmi ha fatto si che non andassi “fuori strada”. Ero consapevole delle mie doti e della fiducia che veniva riposta in me, ma avevo anche una “strafottenza buona”, una sicurezza che si è rivelata un’arma importantissima. Per restare a certi livelli però si devono fare sacrifici e rinunce, senza non sarebbe possibile. Io, da parte mia, dopo i 30 anni ho aumentato l’attenzione ai particolari e ai dettagli, prendendomi più cura di me stesso. Poter giocare con ragazzi di talento mi stimola e per certi aspetti mi fa anche ringiovanire, perché è bello potersi confrontare con la loro energia. Si deve cercare di trovare un linguaggio comune però e quando si danno loro dei suggerimenti si deve trovare possibilmente una maniera scherzosa, non pedante, perché li recepiscono meglio. Da bambino mi sono appassionato al calcio come tanti, volevo emulare le gesta di qualche campione che giocava nelle squadre al top e poi con gli amici ho imparato a condividere un linguaggio comune. Cominciai a giocare nel Canaletto, mi piaceva fare gol. Altro che parare. Poi di punto in bianco nel ’90 mio padre mi consigliò di fare il portiere, andai a Parma e l’escalation fu abbastanza rapida. Penso di essere stato un ribelle, ma credo anche che se ora a 37 anni avessi mantenuto quel carattere io sarei un emerito cretino. Magari sarei stato un grande portiere ma un eterno peter pan, un ragazzino. Il mio periodo buio tra il 2003 e il 2004? Mi hanno aiutato le droghe… ovviamente sto scherzando, è stato un momento di crescita, ero contento per il ruolo che mi ero ritagliato, ma non ero soddisfatto come uomo. Ancora oggi faccio fatica a venire a capo di me stesso. Ora sono molto più sereno, raziocinante, equilibrato, ma spesso mi piace fare autocritica, ispezionarmi e capire cosa fare per trarre il meglio da me stesso e trarre benessere da questa vita. Il bello della vita è capire come crescere. Della mia vita non rinnego nulla, ho fatto il mio percorso e ho sempre pagato per i miei sbagli. Sono gli errori in fondo, a farti crescere. Il mio rapporto con il club? Nel momento in cui capisci e conosci il lignaggio e la storia della Juve, sai quali devono essere i tuoi comportamenti. Ci sono dei momenti in cui ti chiedi se andare avanti o meno. A me è capitato due o tre volte in cui poteva andare a finire diversamente, ma credo che il senso di appartenenza sia un valore da ritrovare. In fondo è questo che emoziona il tifoso. In alcune situazioni si devono creare le sinergie giuste perché il rapporto sia duraturo. Io bandiera come Totti e Del Piero? Se c’è una doppia spinta da società e giocatore per proseguire lungo un cammino comune, perché no?”. (TuttoJuve.com)

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