UNA VITA DA LAZIALE- Il volo di Sergej, le pecore e i diamanti

UNA VITA DA LAZIALE- Il volo di Sergej, le pecore e i diamanti

Torna la rubrica che racconta la partita biancoceleste con le emozioni del tifoso

di cittacelesteredazione

(Pubblicato il 16 aprile alle ore 19:00)

di Simone Cesarei

ROMA- Mi sono rigirato nel letto per tutta la notte, senza riuscire a prendere sonno. Poteva andare molto peggio, ieri sera. Il pari è sembrato un risultato onesto in una partita da delinquenti. Molti più falli e cartellini che occasioni da gol, con l’espulsione di Radu che non era nemmeno quotata alla Snai. Eppure non sono riuscito a prendere sonno, perchè negli occhi ho ancora quel tiro di Sergej da centrocampo al volo all’ultimo secondo, che se fosse entrato avrei fondato una nuova religione intitolata a quel fenomeno con la maglia numero 21. Dopo tutto quello che abbiamo trascorso, quel tiro sarebbe potuto essere il finale perfetto in una settimana da incubo. Avrebbe potuto significare il riscatto del bene di fronte al male, e invece rimaniamo con un urlo strozzato in gola e un altro po’ di amaro in bocca. E pensare che nemmeno si sentiva più di tanto questa partita, sembrava una domenica come le altre. Roma si è svegliata senza ansia e senza angoscia, prerogative di ogni giornata pre derby che si rispetti. Eppure ieri niente, zero. Forse avremo pensato “come può andare peggio?”, tranquilli che un modo si trova sempre. La ragazza che ti molla, la ragazza che ti tira il palo, quasi sempre c’entrano le ragazze, ma il modo peggiore di tutti è perdere il derby. Quello è una catastrofe. Se poi si aggiunge ad una settimana come quella che abbiamo appena passato, le giornate prendono la forma di un cappio da stringersi attorno al collo.

DIAMANTI

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Niente ansia, dunque. Ma chi ci crede, certo che l’ansia c’è. Basta uscire di casa, monti sul motorino, ti avvii verso quell’amico che ti ospita per salvarti dalle grinfie di quel romanista di tuo padre e assisti al degrado della tua città. In giro solamente maglie, sciarpe e bandiere giallorosse. Per le strade, sui balconi, nelle macchine e sui motorini, la lazialità è chiusa in un angolo pronta per il colpo di grazia. Ma questa è la storia di tutti noi, dopotutto. L’unico laziale alle elementari, alle medie e al liceo, a lottare in mezzo ad una massa di pecoroni. Gente che tifava Roma non per discendenza o scelta, ma per aggregarsi, per non pensare con la propria testa. E tu sei sempre stato la pecora nera, quello che il lunedì si beccava sfottò di ogni tipo, da gente che voleva convincerti ad abbandonare quella che è da sempre stata insieme la tua migliore amica e la causa di ogni dolore, ma soprattutto il primo grande amore. Gente che non ha mai visto una partita, che non sa nemmeno in quanti si scende in campo, ma scrive convinta: “Avanti magica Roma”, oppure “abbasso Lazio”, per parafrasare con parole più civili. Gente che tifa Roma solamente perchè gli amici, il ragazzo o la massa chiedono di farlo, possiamo dire che questo dopotutto è il ritratto della nostra società. Qualsiasi cosa per integrarsi, fare colpo o raccattare qualche like su Instagram, ma fortunatamente mia madre mi ha fatto laziale. Nonostante tutto ti ritrovi lì, in mezzo a quella strada in cui si alzano cori da pecore, chiudi gli occhi e ripensi alle parole che hai udito quando eri solamente un bambino: “Ricorda, i romanisti sono come i sassi, li trovi dappertutto, ma i laziali sono come diamanti. Un sorriso si fa largo sul viso, un sorriso che gonfia il petto e riporta in alto l’orgoglio. Perchè quella sciarpa che porti al collo non può essere profanata da qualche occhiataccia della massa, e quando vesti quei colori non hai paura di niente. Perchè la vera battaglia, l’hai vinta alla nascita.

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