Lotito hai sentito? Sky: «No a Carlo Tavecchio»
Seicento milioni di euro e di motivi per i quali Sky si può sentire legittimata a lanciare un chiaro segnale (oppure un segnale in chiaro, fate voi) nella contesa dell’estate. «No a Carlo Tavecchio», in sostanza la nota dell’emittente. Meglio Demetrio Albertini, o Vialli o Mancini o Del Piero, «nomi nuovi, provenienti dal mondo dello sport, con profilo internazionale e comprovate capacità gestionali e anche in grado di assurgere a simbolo di una vera rivoluzione “culturale”». Ma, a una manciata di giorni dall’election day (lunedì all’Hilton di Fiumicino), da una parte c’è Tavecchio e dall’altra Albertini, con loro tocca fare i conti. E nel mezzo c’è il calcio che, inteso come prodotto, a fine luglio è stato spacchettato ed acquistato a suon di milioni dalle emittenti televisive. Quasi mille, cioè un miliardo di euro considerati i 400 milioni stanziati da Mediaset per il triennio 2015-18 (cioè quasi 120 milioni di mancia in più rispetto al precedente accordo). Chi paga tutta la baracca, insomma, entra con una nota ufficiale nel merito della gazzarra che dal un paio di settimane sta caratterizzando le presidenziali della Figc. In principio un ballottaggio mediatico tra i due candidati, un confronto tra progetti e visioni della vita, saggi contro rottamatori. Poi, dopo la sequela di gaffe su banane e sicari, un sondaggio planetario su Tavecchio sì/ Tavecchio no, diventato l’indice della sensibilità nazionale sulle cose che si possono pensare ma è meglio non dire, soprattutto in tv. Beh, ieri Sky ha messo nero su bianco con chi sta e perché facendo vedere i muscoli agli stessi della Lega di A (Galliani e Lotito, i creatori del 71enne Tavecchio presidente Figc) con cui si erano appena stretti la mano per dare il via libera al bonifico miliardario. «È difficile immaginare che le istanze di cambiamento provengano dalle persone che alla crisi di sistema hanno contribuito — si legge nella nota Sky —. L’eventualità dell’elezione di Tavecchio non è un segnale incoraggiante. E non tanto per l’età, ma perché rappresenta vecchie logiche gestionali. Non rappresenta il “nuovo” ed è quantomeno corresponsabile dell’attuale stato di crisi sistemica. Non è un uomo di sport, ma figlio di una gestione “politica” dello sport. E potrebbe non avere le competenze adeguate alla guida di un’industria multinazionale quale il calcio moderno deve essere. Infine, difficilmente potrebbe rappresentare un “esempio” per le nuove generazioni alla luce delle numerose condanne ricevute per diversi reati». Fila. Però la teoria sbatte sulla pratica di un candidato debole, Albertini, a cospetto dell’altro che ha i numeri e che, certamente, teme più Stefano Palazzi (procuratore che potrebbe deferirlo per la frase sulle banane) che l’urna. Già domani Tavecchio potrebbe incassare anche l’ok della Lega di B, un ultimo salto prima di terminare in testa la corsa al trono in Figc. Certo, con tutto quello che è successo, qualsiasi vittoria non garantisce vita facile a Tavecchio, già scaricato da mezza serie A (sui media, vedremo nell’urna) e diventato argomento di discussione da battigia. Ostacoli non nella gestione ordinaria (ampia maggioranza in Consiglio), ma verso le «urgenti riforme» di cui ha bisogno il calcio, prodotto e sport, come evocato rispettivamente dai finanziatori Sky e Coni. Se il problema è cambiare le regole, può saltare fuori il compromesso che salva democrazia dell’elezione e messa in opera delle riforme: il commissario ad acta per lo Statuto. Cioè, Tavecchio vince, investe il nuovo c.t. e si occupa del quotidiano, mentre il presidente del Coni, Giovanni Malagò (con Giulio Napolitano, che ha riscritto la Giustizia sportiva?) vigila sulle riforme. Sempre che le «cambiali» non si impuntino per essere pagate. (Corriere della Sera)
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