Città Celeste Dal mondo Siamo quello che mangiamo: attenti al Kebab!
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Siamo quello che mangiamo: attenti al Kebab!

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Il nemico numero uno dello slow food ha un nome e si chiama Kebab. Cibo per antonomasia nel mondo arabo, è stato esportato in Europa attraverso quel grande canale che è la Germania, bacino di riferimento per numerosi immigrati provenienti dall’Oriente e la sfera musulmana. In Italia, paese di buongustai,…

Il nemico numero uno dello slow food ha un nome e si chiama Kebab. Cibo per antonomasia nel mondo arabo, è stato esportato in Europa attraverso quel grande canale che è la Germania, bacino di riferimento per numerosi immigrati provenienti dall’Oriente e la sfera musulmana. In Italia, paese di buongustai, questo alimento non ha tardato a trovare proseliti: dai giovani agli adulti, tutti sono impazziti per questo involucro di carne non ben identificato. E’ proprio questa indeterminatezza di ingredienti che ha incuriosito un gruppo di ricercatori inglesi, un pool di scienziati e nutrizionisti provenienti da 76 istituti di ricerca sparsi per il Regno Unito, che hanno redatto l’usuale Local Authority Coordinators of Regulatory Services, ottenendo un risultato scioccante.


Non si tratta di leggende metropolitane, ma di veri dati messi nero su bianco. Secondo lo studio inglese, infatti, il kebab conterebbe i seguente ingredienti: intestino, polmoni, cuore, lingua, occhi, scarti di macelleria, ossa, denti, sale e grasso animale. Non propriamente quello che si definirebbe un pasto salubre. Ma, nonostante i componenti non siano di prima scelta, l’85% delle persone che ha mangiato, almeno una volta, il kebab, dice che il gusto è tutt’altro che schifoso, anzi è una vera e propria dipendenza per il palato. Dove risiede allora il segreto? Nei condimenti e nelle spezie che vengono utilizzate per coprire il vero sapore degli ingredienti principali. Pollo, tacchino, maiale, pecora, vitello queste le carni contenute nel panino del kebab che può contenere tra le 1200 e le 1500 calorie con una quantità di sale utilizzata che è di solito superiore al 99% al consueto fabbisogno quotidiano. Un vero demone della tavola se si pensa alla dieta mediterranea così semplice e ricca sia di gusto che di alte proprietà nutrizionali. Ma la moda, si sa, prende spesso il sopravvento facendo sembrare l’erba del vicino sempre più verde. Così l’allarme kebab non si limita alla sfera medica ma invade anche quella economica e sociale perché, in tempi di crisi, intacca anche i ricavati di pizzerie e ristoranti che restano coi tavoli vuoti. Una situazione che in tempi di crisi diviene insostenibile e che necessita di una risposta puntuale e decisa da parte dell’intero comparto che, pur garantendo la libertà di scelta, mantenga vivo l’interesse e la predilezione per il made in Italy.

fonte: ilgiornaleditalia