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Morte Diabolik, il testimone chiave è il judoka guardia del corpo

redazionecittaceleste

Si tratta di un cubano, che giura di non aver visto in faccia l'assassino. Gli inquirenti non gli credono

ROMA - La scorta che ogni giorno lo seguiva, ma che per qualche ora non è rimasta insieme a lui. La guardia del corpo che non reagisce e sostiene di non avere visto in faccia il killer. La pistola che si inceppa mentre il sicario tenta di sparare il secondo colpo. La tranquillità ostentata per tutta la mattinata, prima dal barbiere e poi nello studio di un tatuatore.

E ora, riavvolgendo il nastro e mettendo in fila tutti i buchi neri dell’inchiesta sull’omicidio del Diabolik ultrà della Lazio, il teschio che Fabrizio Piscitelli si era appena fatto tatuare sulla gamba diventa quasi un presagio di morte. Ecco che passano poche ore e Diabolik, 53 anni, viene ammazzato con un colpo di pistola a bruciapelo al parco degli Acquedotti, a Roma. Dal professionista che gli aveva inciso il teschio sulla gamba, con lo studio nel quartiere Prati, Piscitelli non potrà tornare. Il tatuatore doveva finire il lavoro con la scritta “anti guardie” Acab. Una sigla che rimanda all’altra passione di Piscitelli, che lo ha reso “famoso” nel mondo del tifo calcistico, dove era uno dei re: il capo ultras della curva Nord.

Così, sempre mercoledì, prima dell’appuntamento con il killer, Diabolik fa una capatina nelle sede degli Irriducibili, in via Amulio 47, quartiere Appio. Con lui l’onnipresente guardia del corpo. Un massiccio judoka cubano che gli fa anche da autista. Vanno a pranzo in un ristorante. Poi, arrivano le 18.50. In una panchina del parco degli Acquedotti si consumano gli ultimi secondi di vita di Piscitelli. Accanto a lui, c’è la guardia del corpo. Gli inquirenti non hanno dubbi: Diabolik doveva incontrarsi con qualcuno che conosceva. All’improvviso alle spalle piomba un uomo. Un colpo dietro l’orecchio e il capo ultras muore. Il killer è un professionista: con freddezza si avvicina e con altrettanto distacco si allontana dalla scena del crimine. L’assassino resta lucido, anche quando la pistola si inceppa mentre cerca di premere il grilletto per la seconda volta, puntando verso il cubano. Il caraibico è terrorizzato. Mentre il killer scappa in una strada che lo porta dentro il parco, lui prende la direzione opposta. Si dirige a passo svelto verso l’auto. A trovarlo poco più tardi, in giro a Roma, scrive il Messaggero, a bordo della macchina sarà la polizia. Le sue dichiarazioni non hanno convinto gli inquirenti: ha detto di non avere visto in faccia il killer e di non sapere con chi fosse l’incontro.

Ma il judoka - che a breve verrà riascoltato dai pm - era un uomo di fiducia, che Piscitelli aveva attinto da quegli ambienti della tifoseria laziale di cui era il leader indiscusso. Il cubano, infatti, era il cognato di un altro esponente storico degli Irriducibili, di cui Diabolik si fidava ciecamente. Piscitelli l’aveva arruolato da poco. Una settimana, dieci giorni al massimo. Fino a quel momento aveva potuto contare sull’assistenza di uomini, la cui caratura criminale, a Roma, era ben più nota: i pugili albanesi, componenti anche di una batteria che, secondo il Ros nell’inchiesta “Mondo di Mezzo”, erano al servizio proprio di Diabolik nello spaccio di droga a Ponte Milvio. Con Piscitelli che, a sua volta, rientrava nell’orbita di Michele Senese. «È stato con me al massimo un’ora» ha raccontato il tatuatore di fiducia di Diabolik. A cui Piscitelli si era anche rivolto per farsi incidere sulla pelle la scritta, Irriducibili. «Non ho visto - ha spiegato l’uomo - se era con qualcuno, quando sono entrato lui era già seduto sul lettino».

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