Baroni: "L'addio alla Lazio il dolore più intenso in carriera, tornerei a piedi"
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Lunga intervista di Marco Baroni ai microfoni del Corriere dello Sport. Dall'addio alla Lazio al rapporto con Lotito, fino all'eliminazione in Europa League contro il Bodø/Glimt. Queste le sue parole:"La Lazio è stata la squadra più forte che abbia allenato e andare via da qui il dolore più intenso di tutta la mia carriera".
Per lei cosa significa «forte»?
"Significa che il giocatore vuole vincere e per esserlo deve dimostrarsi superiore a chi lo sfida. Per farlo non deve avere soltanto qualità tecniche e competitività, ma anche personalità, rispetto di sé e dei suoi compagni, valori morali e tenacia".
La Lazio di calciatori forti ne aveva molti? "Moltissimi e tutto il gruppo mi ha dato disponibilità, partecipazione e voglia di condividere ogni momento".
Ne è orgoglioso?
"Fiero e orgoglioso".
È retorica?
"È realtà. Oggi il calciatore è una società individuale all’interno di una società collettiva: ci sono mille nazionalità, mille lingue, mille atleti in rosa, mille partite concentrate, mille variabili, infortuni ed esigenze diverse di cui tenere conto. È difficile convincerli a mangiare tutti insieme una pizza, figuriamoci a farsi seguire: quando accade è entusiasmante".
Chi è oggi l’allenatore?
"Un risolutore di problemi. Quelli, in una squadra, non mancano mai".
Quanto è cambiato il suo mestiere?
"Tantissimo. La dinamica evolutiva del calcio corre rapida e quello che funzionava in passato, oggi non può funzionare. Ho cominciato ad allenare tagliando l’erba del campo e organizzando personalmente le trasferte, adesso sarebbe impensabile»"
Cosa le piacerebbe davvero?
"Continuare ad avere passione: è stato il motore iniziale e continua ad alimentarmi tutti i giorni. La passione ti fa superare le difficoltà, ti fa essere autocritico, ti riporta a ciò che sei".
E lei chi è?
"Uno che si è dovuto conquistare tutto e che sa prendersi le proprie responsabilità. Uno che ha molte idee, ma se sbaglia non dà la colpa agli altri, uno che non molla, uno che ha preso tante musate, che sa rialzarsi e che quando ha un dolore, sa ripartire".
Cosa insegna il dolore?
"Aiuta a capire. A crescere. Senza dolore non si può vivere, ma non si può vivere nel dolore. Ho molta voglia e sono totalmente determinato ad andarmi a riprendere ciò che non ho più. E me lo vado a riprendere, me lo vado a riprendere di sicuro".
L’esperienza a Torino rappresenta un dolore?
"Una ferita. Negli ultimi anni avevo sempre raggiunto gli obiettivi prefissati e per questo il dispiacere è stato più acuto".
Ha recriminazioni?
"C’era un piano tecnico chiaro, poi saltato per tutta una serie di circostanze. Ma il presidente Cairo non mi ha mai fatto mancare il suo appoggio".
Però l’ha mandata via.
"Non importa. Succede. Avrei voluto ricompensarlo della fiducia che mi ha concesso e non ci sono riuscito".
Pedro ha salutato. Potrebbe diventare un buon allenatore?
"Pedro può fare quello che vuole e lo farà bene perché è un uomo straordinario con tantissime qualità. Il talento calcistico, nonostante fosse un campione che ha vinto di tutto, non era neanche tra le più importanti".
Perché lei è andato via dalla Lazio?
"Perché la dirigenza non ha mostrato il necessario apprezzamento nei confronti del mio lavoro".
Aveva un altro anno di contratto .
"Quando sei sopportato lo intuisci, quando hai una data di scadenza addosso lo capisci e io a sentirmi sopportato o a essere uno yogurt sullo scaffale non ambisco".
C’era un problema di rapporti con Lotito?
"Le faccio io una domanda: secondo lei è possibile avere un rapporto costruttivo con Lotito?".
In che senso? "Nel senso che con lui a volte ti trovi in situazioni in cui è difficile pensare a una causa comune".
La maggioranza dei tifosi lo contesta apertamente e da mesi diserta lo stadio.
"È una situazione complessa, una problematica di lunga data e un dispiacere per tutto il mondo del calcio italiano. Ma io il pubblico della Lazio allo stadio l’ho visto e soprattutto, l’ho sentito. E lo posso soltanto ringraziare".
Che relazione ha intrattenuto invece con Fabiani?
"Professionale. Ho pensato solo al bene della Lazio. Ho la mia storia, la devo rispettare".
In una telefonata divulgata arbitrariamente in rete, Lotito le dà dello scemo.
"È stato più un problema per la sua persona che per la mia. Lei è libero di non crederci, ma non mi ha fatto nessun effetto".
A dire il vero, non fu soltanto Lotito a imputarle di aver fatto tirare il rigore all’infortunato Castellanos.
"Su quella partita posso dire soltanto che non abbiamo avuto neanche un episodio fortunato a favore e quando dico neanche uno, intendo nessuno. Ma il calcio è questo: esistono momenti, deviazioni e colpi di vento che cambiano il corso di una parabola, anche complessiva. Dopo si può discutere di tutto: di Castellanos, di Noslin, del gol degli avversari, dell’infortunio di Nuno Tavares, di quello che volete, ma la verità è che facemmo una gara epica. Una partita stupenda. E abbiamo avuto molta sfortuna. Un rigore avrebbe cambiato tutto, a partire dalla lettura a posteriori e ci avrebbe portato a una semifinale storica. Peccato. Le racconto una cosa".
Prego.
"Con L’Under 21, nell’86 andammo in finale con la Spagna. C’era tutta l’ossatura che andò a giocarsi i Mondiali con Vicini quattro anni dopo, in quella squadra. Zenga, Ferri, De Napoli, Giannini, Mancini, Vialli, Donadoni. A Roma vinciamo 2-1 e al ritorno la Spagna ci batte con lo stesso risultato. Rigori. Chi li calcia? Chi non li calcia? Mi urlano: «Te la senti?». Me la sento. Vado. Lo sbaglio. E con me sbagliano anche Desideri e Giannini. Piangiamo. All’epoca giocavamo tutti e tre nella Roma: al ritorno, all’aeroporto di Fiumicino, si avvicinarono i laziali: «A disgraziati! A infamoni! Mortacci vostra!".
Quei rigori con il Bodo hanno cambiato i giudizi e orientato i destini?
"È probabile. Con il presidente non c’è stata neanche occasione di salutarsi stringendosi la mano. Dopo Lazio-Lecce c’era molta delusione e una strana atmosfera. È successo tutto subito, tutto di fretta, tutto di corsa".
Il Bodo si è dimostrato meno abbordabile del previsto.
"Parliamo di una squadra che in casa ha battuto Inter e Manchester City e vanta il 75% di vittorie. Campo stretto, rimbalzo irregolare del pallone, condizioni atmosferiche estreme. Noi, prima della gara di andata, rimanemmo chiusi in albergo due giorni a causa delle bufere di neve. Il Bodo è un’anomalia. Interessantissima. Ho scritto una mail al club per andarli a trovare e vedere come lavorano. Aggiornarmi mi piace, scoprire ciò che non conosco ancora di più".
A Ottobre, durante Lazio-Torino, l’Olimpico le ha tributato un lungo coro.
"Quel giorno se avessi perso sarei stato esonerato. Certe cose le senti. Invece la partita si mette bene e a un certo punto, eravamo più o meno al ventesimo del secondo tempo, mi sono reso conto di essermi commosso. Non ho mai avuto un riconoscimento così nella mia storia calcistica. Ascoltare un intero stadio che ti applaude è qualcosa che porterò per sempre con me".
I tifosi della Lazio l’hanno accolta con scetticismo e con il tempo le hanno saputo voler bene.
"Quello laziale è un grande popolo che con la squadra ha un rapporto viscerale, ancestrale, quasi uterino. È una simbiosi che percepisci subito e che è molto difficile trovare altrove. La passione dei tifosi non è esteriore, ma viene dal profondo. Viene da dentro".
Tornerebbe alla Lazio ?
"A piedi. Non lo scriva però, tanto è impossibile".
Cova rimpianti?
"L’unico rimpianto utile è quello che ti serve a non comportarti come non vorresti, a incarnare ciò a cui non vorresti somigliare".
Lei a cosa non vorrebbe somigliare?
A un allenatore, costretto dalle contingenze, a mettere in scena un calcio speculativo, deludente, impaurito e preistorico. A sessantadue anni non me lo voglio e non me lo posso permettere. Cerco il coraggio, cerco l’impresa".
Il rimpianto invece?
"Non mi piace e non mi appartiene. Il rimpianto, proprio come la nostalgia, è un sentimento scivoloso. Ti rinchiude in un passato remoto e alla fine rischia di essere soltanto una giustificazione e una comoda via di fuga dalla realtà. Rimpianti non voglio averne, mi interessa il domani. Guardo al domani, al futuro, a ciò che verrà".
Cosa le ha insegnato il calcio?
"Tante cose e tante continua a insegnarmene. Ho avuto grandi maestri: Eriksson, Liedholm, Mazzone, Ranieri. Gente che guardava più in là, oltre le linee. Gente che conosceva gli schemi e sapeva interpretare i sentimenti degli uomini che c’erano sotto le maglie. Da tutti ho rubato qualcosa perché quando serve devi essere anche ladro".
Baroni e l’elogio del dialogo.
"Se vuole insinuare che sono troppo buono, la fermo subito. Io non sono buono per niente, ma so ascoltare. Nel mio gruppo non voglio soldatini né automi".
E cosa vorrebbe?
"Gente autentica che sappia mantenersi tale. In un mondo di copie e spesso di brutte copie, non esiste valore più grande dell’autenticità".
Cosa si rimprovera?
"A volte penso che essere normali ed equilibrati non paghi. Ci siamo abituati alla violenza verbale, all’eccesso comunicativo, allo spettacolo che sotterra il contenuto".
Agli esoneri compulsivi.
"Oggi contare sulla continuità del lavoro nel mio mestiere è un’autentica chimera. In serie B l’arco temporale medio di permanenza in panchina è di sette mesi. Sa di cosa sono contento?"
Di cosa?
"Del successo di Fabregas".
Con il Como, il suo Torino ha perso malissimo in entrambe le occasioni.
"Non per questo, ma forse in parte anche per questo, mi sento di dire che Cesc è un allenatore strepitoso e che il suo caso dimostra che stare a lungo su un progetto e poterci lavorare senza avvertire il rumore della ghigliottina paghi sempre in termini di risultati".
Chi altro le piace? "Quello che ha fatto Gasperini negli ultimi dieci anni non lo ha fatto nessuno".
Come si sta senza pallone?
"Sa com’è? Noi siamo un po’ dei drogati. Senza campo andiamo in crisi d’astinenza. Stare fermi è difficile, ma può rappresentare anche un’occasione di grande crescita. Quando non guido una squadra, tendo a darmi un metodo. Degli orari, dei compiti, degli impegni. Affrontare una giornata senza obiettivi mi sbalestrerebbe".
Come mai?
"Se ti fai travolgere dal tempo ti smarrisci. Anche se l’adrenalina della partita non è riproducibile, allenarsi allo stress, per gente che fa il mio lavoro, è quasi un fatto endemico".
Oggi avere uno staff di fiducia è più importante di ieri.
"Mi sono circondato di persone che reputo di grande valore con le quali spero di mantenere i contatti anche dopo il calcio: nella vita non farò sempre l’allenatore e le relazioni sono un sostegno, un capitale umano che resta".
Lei ha conosciuto sua moglie che non aveva neanche vent’anni. State insieme da più di quaranta.
"L’allenatore è costretto a essere egoista e a immergersi completamente in quello che fa. È una necessità, prima ancora che una scelta. E questa condizione ha delle conseguenze. La prima è la tua assenza. Un’assenza che ti porta geograficamente lontano, che ti fa mettere in discussione e ti corrode. Ho avuto la fortuna di sposare una donna che ha deciso di abdicare alle proprie ambizioni personali per dedicarle al nostro progetto di famiglia, a me e ai nostri figli e io, anche se ho spesso covato e continuo a covare nei suoi confronti uno sconfinato senso di colpa, le sono grato come non so spiegare".
Come ha combattuto il senso di colpa?
"Non confondendo mai il tempo sottratto con il sentimento e cercando, quando c’ero, di mettere a disposizione cuore, attenzione e qualità nel rapporto".
Salvato il Lecce, a Monza, mentre la squadra impazziva, le telecamere l’hanno sorpresa in ginocchio, con le dita rivolte al cielo per salutare suo padre .
"Era scomparso da pochi giorni. È stato l’ago e il filo della mia esistenza e per i miei figli è stato a sua volta più di un padre. Ha tenuto tutti insieme con una generosità e una semplicità che non ho più ritrovato altrove. Ha vissuto per gli altri e mi ha permesso di essere quello che volevo. È stato un uomo, in definitiva, sicuramente molto migliore di me. A casa non c’erano tanti soldi, ma lui e mia madre mi hanno fatto sempre sentire un principe. Quando Colombo ha segnato su rigore, a Monza, al minuto 101, ho capito in un solo istante tutto quello che papà aveva saputo darmi. Salutarlo in quel modo era l’unico modo che avevo per abbracciarlo e dirgli un grazie lungo tutta la mia vita".
Lei ha un passato romanzesco.
"Un giorno ne parleremo. È stata una vita folle. Da calciatore, per avvicinarmi a casa, lasciai un Napoli d’alta classifica per firmare con una Fiorentina in lotta per la salvezza. Sembra tutto fatto quando, senza che io possa intervenire in alcun modo, mi trovo invischiato in una lotta di potere tra procuratori. Il contratto salta, finisco al Bologna e a un certo punto la società porta i libri in tribunale e mi ritrovo, a casa, senza lavoro, a neanche trent’anni. Pur di non restare fermo, faccio un triplo salto all’indietro e approdo al Poggibonsi, in C2. Lì gioco dieci partite e una mattina, all’improvviso, spariscono tutti. Scendo a fare colazione in albergo e trovo la proprietaria sulla porta circondata dai Carabinieri: "Signor Baroni, la squadra è fallita, a me chi mi paga?". "Signora, che faccio? La pago io?".
Dove si vede domani?
"Su un campo".
Perché? "Perché il campo è l’unico posto nel quale mi sento e sono pienamente me stesso".
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