Flaminio, l'Ordine degli Architetti: "Antico e contemporaneo possono convivere"
Nei giorni scorsi la Pier Luigi Nervi Foundation si è rivolta all'ordine degli Architetti PPC di Roma e provincia chiedendo di valutare un intervento istituzionale in merito alla proposta sullo stadio Flaminio presentata dalla Lazio. Nel messaggio, si chiedeva di "considerare pienamente le ragioni della tutela, della cultura del progetto e della responsabilità tecnica". In mattinata, l'Ordine degli Architetti ha risposto alla Fondazione con la lettera firmata dal presidente Christian Rocchi e dal consigliere delegato agli Archivi e all'Osservatorio 900 Silvia Nigro. Di seguito il contenuto della lettera.
"Gentile Presidente, grazie innanzitutto per la Sua lettera, il cui oggetto sta generando come abbiamo visto grande dibattito esta avendo grande discussione arrivando anche agli onori delle cronache. Altre volte abbiamo affrontato nel passato questioni simili e la risposta non può essere che basata su una riflessione amplia sul rapporto tra l’architettura contemporanea e l’architettura storica tutelata. Premettiamo anche che gli enti preposti a stabilire la compatibilità degli interventi su beni sottoposti al vincolo sono le soprintendenze statali, ma è sicuramente nostro interesse intervenire nel dibattito sottolineando la necessità che il confronto sul futuro dello stadio si sviluppi nel quadro di una riflessione ampia e generale sul rapporto tra tutela, trasformazione e qualità del progetto contemporaneo.
Il caso che ci sottoponete, il progetto sul quale ci viene richiesto di esprimere il nostro parere, interessa una delle opere più significative dell’architettura moderna italiana, firmata da Pier Luigi e Antonio Nervi: una testimonianza di eccezionale valore architettonico e ingegneristico del Novecento, oltre che simbolo delle Olimpiadi di Roma del 1960. La qualità dell'opera dei Nervi è stabilita, e ben descritta, da un decreto ministeriale espresso che riporta nella relazione storico-critica allegata al vincolo: “(...)La nuova costruzione, come indicato anche nel testo del bando dell'appalto-concorso, avrebbeoccupato l'area del vecchio Stadio Torino costruitovi nel 1911. Il bando di concorso stabiliva, tra l'altro, alcune condizioni estremamente vincolanti: nella prima, come già detto, era prescritto che "in nessun punto la nuova costruzione avrebbe dovuto uscire dal perimetro" della precedente. Tale indicazione, come sostenuto da Piero Ostilio Rossi, avrebbe in parte determinato il disegno delle gradinate che presentano i lati lunghi della struttura realizzati di uno spessore minore di quanto sarebbe stato necessario per ottenere la "normale conformazione a “crescent”"che consente la migliore visibilità. Inoltre il nuovo progetto aveva l'obbligo di non superare in altezza i 18-20 ml. per limitare l'invasività delle tribune rispetto al contesto naturale circostante, e l'obbligo di rispettare un budget prestabilito.”
E ancora: "(..) Di particolare interesse è la soluzione dell'ampia pensilina aggettante che copre le gradonate della tribuna d'onore del settore occidentale; è un capolavoro geometrico-costruttivo, sostiene la critica.La sagoma dello sbalzo si snellisce con continuità dall'incastro all'estremità libera, e di grande effetto scenografico è l'elegante superficie rigata. La pensilina è formata da due elementi strutturali autonomi. Una prima struttura, che costituisce la parte posteriore, verso l'esterno dello stadio, gettata direttamente in opera, è semplicemente appoggiata, all'esterno, sull'estremità superiore dei telai principali esterni gettati in opera in cemento armato e, verso l'interno su montanti inclinati in tubolare di acciaio riempiti di conglomerato ad alta resistenza."
Tanto premesso i criteri di tutela non implicano mai una visione di conservazione statica. I beni tutelati possono essere riutilizzati con sapienza per rispondere alle esigenze della contemporaneità che è il modo più efficace per garantirne anche la conservazione e impedirne il degrado. Intervenire è possibile, ma richiede un approccio fondato su qualità e responsabilità del progetto e su una conoscenza approfondita del manufatto e dei suoi valori costitutivi. Intervenire su una preesistenza, significa muoversi lungo quei "binari critici" attraverso cui il progetto è atto interpretativo che non rigetta l'innovazione, ma la accoglie se rispettosa, leggibile e coerente con i valori dell'edificio storico.
L'intervento su un bene culturale tutelato è sempre possibile, ma a una condizione fondamentale: non contrapporre innovazione e conservazione. Al contempo si deve rifiutare "l'adesione a modalità di intervento progettuale totalmente libere dai vincoli e dalle indicazioni che la comprensione storico critica del bene abbia evidenziato"(Giovanni Carbonara). Anche per questo motivo è importante che i nuovi usi assegnati al bene vincolato non entrino in conflitto con gli elementi essenziali architettonici, base del vincolo di tutela. Anche il progetto contemporaneo sullo stadio Flaminio non deve essere inteso come contrapposto alla tutela, ma come strumento per tramandare le valenze del nostro patrimonio culturale, così come descritto nelle relazioni di vincolo, alle generazioni future.
Interventi complessi e stratificati, come quello previsto per lo Stadio Flaminio, avrebbero potuto beneficiare di un confronto più ampio tra diverse soluzioni progettuali attraverso, per esempio, un concorso di architettura. Proprio per la delicatezza di tali interventi, sosteniamo che sarebbe auspicabile ricorrere a procedure concorsuali capaci di mettere a confronto diverse soluzioni progettuali, affidandone la valutazione a giurie composte da figure di comprovata esperienza e competenza nell'ambito degli interventi su beni sottoposti a tutela. Tanti sono gli esempi virtuosi in cui il contemporaneo dialoga con il bene tutelato e il paesaggio: l'ampliamento dei Musei Capitolini che accoglie la statua equestre del Marco Aurelio, progetto dell'architetto Carlo Aymonino, ricavato nel giardino del palazzo dei Conservatori; vale la pena ricordare che il palazzo è in pieno Campidoglio e che è stato progettato e realizzato da Michelangelo Buonarroti, Guido Guidetti e Giacomo della Porta; il Museo di Castelvecchio a Verona firmato da Carlo Scarpa; la riqualificazione dello Stadio Artemio Franchi di Firenze (sempre opera di Nervi).
In sintesi: quando si interviene su un bene culturale che costituisce patrimonio della Nazione e la sua rifunzionalizzazione rappresenta anche una condizione per garantirne la conservazione, l'esperienza storica dimostra che è possibile coniugare tutela e trasformazione.
In chiusura l'Ordine degli Architetti PPC di Roma e Provincia indica come fondamentale l'opportunità di realizzare questi investimenti in aree che potrebbero beneficiare, con la presenza di strutture del genere, di una forte rigenerazione urbana dei territori e, quindi, di una ricucitura sociale che potrebbe essere operata da queste centralità architettoniche, secondo modelli già adottati con risultati significativi in diverse realtà europee. Restiamo a disposizione per eventuali futuri approfondimenti e riflessioni, anche da organizzare alla Casa dell’Architettura, per continuare a ragionare sul merito del tema."
Sostanzialmente, l'Ordine chiarisce che intervenire sulle strutture storiche è possibile e anzi necessario per evitarne il degrado, a patto che il nuovo progetto non sia in contrasto con i valori originari dell'edificio. Ciò che viene rifiutata, è l'idea di stravolgere l'opera ignorandone la storia. Per dimostrare che antico e contemporaneo possono convincere, infine, l'Ordine cita casi come la ristrutturazione e la creazione del nuovo spazio espositivo permanente nel Giardino Romano dei Musei Capitolini di Carlo Aymonino e il restauro dello stadio Artemio Franchi di Firenze, altra opera di Nervi.
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