Città Celeste Lazio News Luis Alberto: "Amo la Lazio. Senza aiuti avrei smesso, con Sarri ci siamo capiti"
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Luis Alberto: "Amo la Lazio. Senza aiuti avrei smesso, con Sarri ci siamo capiti"

Stefania Palminteri
Le parole dell'ex centrocampista biancoceleste sulla finale di Coppa Italia tra Lazio e Inter, in programma domani alle 21:00 all'Olimpico

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Intervenuto ai taccuini de La Gazzetta dello Sport, Luis Alberto è tornato a parlare di Lazio alla vigilia della finale di Coppa Italia contro l'Inter, in programma domani alle 21:00 all'Olimpico. Queste le sue parole:

“Mercoledì non sarò all’Olimpico purtroppo. I miei figli vanno ancora a scuola, e poi ora come ora è complicato prendere un volo da queste parti, ma ne ho già parlato con Radu: l’anno prossimo vengo in curva nord o in tribuna, come ha fatto Milinkovic”.

Luis Alberto, l’ha promesso.

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“E lo farò, non scappo: amo la Lazio, è stata la mia vita e nel mio cuore, nel profondo, sono ancora lì all’Olimpico. Sarà sempre parte di me”.

Dove e come nasce questo legame?

“Hanno avuto fiducia in me quando nessuno ci credeva”.

In che modo?

“Dopo i primi cinque mesi volevo smettere, ero andato nel pallone, luce spenta. Ne sono uscito grazie a un mental coach e a Igli Tare, che filmava i miei allenamenti e li mandava al mio agente. All’inizio parlava male, non capiva come mai non riuscissi a fare quello che so fare, poi, dopo un incontro a casa mia, ci siamo chiariti. Dopo quel giorno, i video hanno iniziato a essere differenti: Vedi? Questo è il Luis Alberto che conosco…".

Senza un aiuto psicologico avrebbe smesso?

“Sicuro. Per questo ai giovani dico che se hanno bisogno di un qualsiasi tipo di aiuto devono affidarsi a una figura del genere. A me ha salvato la carriera. Sarei tornato nel mio paesino in Andalusia, San José del Valle, a giocare con gli amici. Niente Serie A, niente Lazio”.

Con cui vinse l’ultima Coppa Italia. Un primo ricordo?

“Lo scatto dopo il gol liberatorio di Correa all’ultimo minuto, sotto la curva nord, tutti insieme. Mai più fatto uno sprint così in vita mia”.

Ma si era accorto del fallo di mano di Bastos?

“Zero, infatti quando è uscito non capivo. Poi, nello spogliatoio, ci dissero che aveva rischiato grosso. Sarebbe stato doppio giallo e calcio di rigore. Era fallo, ma il calcio è questo”.

Oggi la Lazio è un po’ diversa.

“Noi eravamo una famiglia, tutti amici. Per certi aspetti non credo sia più replicabile. Si era creata una magia difficile da raccontare”.

Ci provi.

“Io e Milinkovic giocavamo a memoria, Immobile segnava bendato, Leiva gestiva… e Radu me ne diceva di tutti i colori perché rientravo poco in difesa. Sentirci era quasi comico: mi insultava per tutta la partita. La verità è che mi sono divertito come un bambino. Le stagioni 2017-18 e 2019-20 sono state le migliori”.

A quei tempi, in Serie A, nessuno come lei?

“Non sta a me dirlo. Di sicuro io ero nel “prime”“.

Qualche big in Italia l’ha cercata?

“Una sì, non dico quale. E poi il Siviglia, che spero non retroceda. Ma non mi hanno mai lasciato andare. Era come litigare con la ragazza di cui sei innamorato”.

Il feeling con Inzaghi come nacque?

“Ad Auronzo, in ritiro, estate 2017. È stato un padre, mi convinse a fare il regista: giocai tutto il precampionato in quella posizione, poi mi schierò dietro Ciro in finale di Supercoppa. Lì è iniziata la mia storia. Simone mi diceva sempre di giocare libero e sereno, sapeva come prendermi”.

Come si è sentito quando è andato via?

“Un lutto sportivo enorme, difficile da sopportare. Ci ho messo un po’ a elaborarlo”.

Con Sarri è stato amore e odio, invece.

“All’inizio non ci potevamo vedere. Un paio di volte sono volati stracci, male parole, insulti vari. Ma il nostro rapporto è iniziato lì: io ho capito lui e lui ha capito me. Amo chi mi dice le cose in faccia. Il nostro legame andava oltre”.

È ancora il punto di forza della Lazio?

“Senza di lui non so dove sarebbe la squadra. È il valore aggiunto e meriterebbe un trofeo”.

Che idea s’è fatto della contestazione?

“Giocare in uno stadio vuoto non è facile, il gioco ne risente. Meno male che in finale i tifosi ci saranno. Guardi noi, nel 2019-20: senza il Covid avremmo vinto lo scudetto, è sicuro. Giocavamo senza pressioni e con la gente alle spalle. Ricordo Caicedo e il pareggio storico con l’Atalanta, da 3-0 a 3-3. Siamo rimasti imbattuti non so per quanto. Con l’Olimpico vuoto si perse la magia”.

Che partita sarà la finale?

“L’Inter punterà a dominare il gioco e a segnare parecchio. Amo Zielinski poi, è incredibile. Chiunque abbia giocato con lui ti dice che è un fenomeno, come Calhanoglu. Della Lazio mi piace Taylor, gioca a due o tre tocchi e sa fare anche gol. Ma se devo dire uno che può tirar fuori il colpo… dico il mio amico Pedro”.

Quest’anno la Lazio segna poco…

“Ma sa difendere: la chiave può essere questa infatti. Una buona ripartenza, la velocità di Maldini o Pedrito… e il gol. E poi c’è super Motta, un predestinato: magari parasse altri quattro rigori come in semifinale. Quando l’ho visto contro l’Atalanta ho esultato come un pazzo”.

Va verso i 34 anni. Ha già pensato al dopo?

“La mia famiglia sta da dio e non ci manca niente. Ma so che non manca molto alla fine. In futuro mi piacerebbe fare l’allenatore”.

Se la Lazio la chiamasse domani, tornerebbe?

Ride. “Non mi chiamano. Ma magari torno da mister…”.