Premio Colalucci, parla Gattuso: "Rinvincita? Vi dico che..."
Gennaro Gattuso è stato tra i protagonisti della serata andata in scena al Circolo Antico Tiro a Volo di Roma, in occasione dell’evento organizzato per il Premio Colalucci. Prima di salire sul palco per ricevere il riconoscimento, il tecnico ha parlato di Roma, del suo modo di vivere il calcio, del rapporto con i giocatori e del momento attraversato dalla sua squadra.
ROMA – «Se mi piace Roma? Sì, anche se per il momento posso dire di conoscere praticamente soltanto Formello. Ho sempre detto che Roma è un museo a cielo aperto, una città di una bellezza incredibile. Però, conoscendomi, so già che riuscirò a godermela poco, perché passo quasi tutto il mio tempo al centro sportivo insieme al mio staff. Mia moglie, invece, si sta divertendo molto e le piace girare per la città. Spero di riuscire anch’io, prima o poi, a conoscerla un po’ meglio».
IL SUO APPROCCIO – «Se è cambiata l’energia che sento intorno a me? Quando ho iniziato a giocare dicevo sempre che, se avessi dato ascolto a tutto quello che diceva la gente, probabilmente avrei fatto un quarto della carriera che ho fatto. Bisogna ascoltare poco, lavorare tanto e credere fortemente in quello che si fa. Servono passione e voglia di migliorarsi ogni giorno. Non ho paura di nulla e ormai da diversi anni vivo così: leggo poco, non ho i social e so perfettamente che non si può piacere a tutti. Ho fatto il mio percorso: c’è chi pensa che abbia lavorato bene e chi pensa il contrario. Quello che conta è avere la consapevolezza di dover continuare a lavorare e migliorarsi giorno dopo giorno. Alla fine si raccoglie quello che si è seminato».
LA CLASSIFICA – «In questo momento la classifica non rappresenta la mia priorità. Quello che mi interessa è riuscire a dare uno stile di gioco preciso alla squadra e lavorare quotidianamente nel modo giusto. Voglio far capire ai giocatori quanto sia importante la cultura del lavoro e, sotto questo aspetto, credo che stiamo riuscendo a fare dei passi avanti. Sappiamo però che bisogna dimostrare tutto partita dopo partita. Poi vedremo dove riusciremo ad arrivare».
IL RAPPORTO CON I GIOCATORI – «Il rapporto non riguarda soltanto Davide Frattesi. Da quando ho smesso di giocare il calcio è cambiato molto e sono cambiati anche i ragazzi. Se non siamo noi allenatori a fare il primo passo, chi dovrebbe farlo? Per me alcune cose restano fondamentali: disciplina, puntualità e rispetto. Su altri aspetti, invece, mi sono dovuto adattare. Se mi arrabbio ogni volta che vedo un ragazzo con il telefonino, finisco soltanto per perdere tempo, perché ormai sono abituati a vivere così. Lo stesso vale quando sono sul lettino del massaggiatore con il telefono in mano: è il loro mondo e devo accettarlo. Rispetto a noi hanno molte più conoscenze e sono molto più evoluti. Questo significa anche che sono ragazzi preparati e difficili da prendere in giro. Forse noi eravamo più bravi nel creare velocemente un gruppo e nel capire che il calcio non è uno sport individuale, ma una disciplina di squadra. Su tanti altri aspetti, invece, loro ci hanno superato».
NESSUNA RIVINCITA – «Non penso a nessuna rivincita, perché il calcio è fatto anche di episodi. La mia carriera da allenatore dice che a Napoli sono rimasto fuori dalla Champions League all’ultima giornata con 77 punti e che con il Milan l’ho persa per un solo punto. Basta ricordare quello che successe in Inter-Empoli. Con la Nazionale, invece, sono uscito ai rigori dopo aver avuto due o tre occasioni da gol e aver giocato anche in dieci. Da calciatore sono stato molto fortunato: ho vinto partite e trofei che forse, in alcune occasioni, non avremmo meritato. Adesso vedremo cosa succederà. Sono ancora giovane, ho 48 anni, ma alle spalle ho già tantissima esperienza. Non bisogna piangersi addosso né continuare a guardare indietro. Bisogna pensare a quello che viene dopo».
LA NAZIONALE – «Mi sono fatto l’idea che questa Nazionale abbia talento, ed è una cosa che dicevo anche in passato. Il talento, però, deve essere messo al servizio della squadra. Abbiamo giocatori forti e penso che Mancini stia facendo un grandissimo lavoro. Dopo la prima partita sembrava che fosse tutto da buttare, come se fossimo completamente allo sbando. Poi l’allenatore è stato bravo a cambiare la percezione che c’era intorno alla squadra. Anche il nostro calcio sta cambiando: in campionato si vedono più partite divertenti e più squadre che provano a giocarsela a viso aperto. Inoltre si fischia molto meno e credo sia un aspetto importante. Adesso manca un altro passo, quello degli stadi: servono impianti nuovi per riportare sempre più persone sugli spalti. Sono convinto che ci riusciremo. Dobbiamo continuare a guardare avanti e migliorare anche sotto questo punto di vista».
I TIFOSI – «I tifosi mi mancano. Credo che non ci sia niente di più bello che esultare sotto una Curva. A Napoli ho vissuto l’esperienza degli stadi vuoti durante il Covid e, sinceramente, non è stato bello: sembrava quasi un altro sport. Oggi per i tifosi venire allo stadio non è sempre semplice e bisogna avere grande rispetto per loro. Però giocare all’Olimpico davanti a 55 mila persone oppure davanti a 5 mila cambia completamente. Tanto di cappello a chi continua a esserci: bisogna soltanto fargli i complimenti. Con il pubblico è tutta un’altra cosa».
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