CDS - Edmundo: «Felipe Anderson con la Lazio potrà consacrarsi»
FORTALEZA – Riconoscerlo è stato un lampo. Seduto a un tavolo del media center del Castelao, composto, solo, lo sguardo all’Iphone, come un giornalista tra tanti, il volto chiuso, mentre c’era la fila per una foto ricordo con la bella collega Carbonero in Casillas, Edmundo non sembrava…Edmundo. «Sì, qualcuno mi chiama ancora o animale» e sorride con i suoi denti bianchissimi e un’evidente timidezza, lui che resta uno dei brasiliani più straordinari della storia recente di quel calcio pieno di personaggi letterari. Da quando ha smesso, nel 2008, lì dove aveva iniziato, nel Vasco, è diventato commentatore per la tv Bandeirantes ( «Mi pare incredibile anche a me…» e sorride ancora). A 42 anni, vive a Rio con la moglie e i suoi 4 figli, pacificato, lontanissimo da certi furori che lo hanno reso celebre o mattane come portare un circo in giardino per la prima candelina del primogenito! E parlare di Brasile, di quel che sta accadendo ma anche di calcio, di Felipe Anderson, di Hernanes, di quel che successe a Firenze (dove è tornato da turista con piacere due anni fa), con Edmundo, è stato naturale, come il suo sorriso di oggi.
Edmundo, partiamo da cosa sta succedendo in Brasile intorno alla Confederations. La protesta sociale e politica nelle piazze non si ferma.
«Io penso alle persone per bene che stanno manifestando, non a quelle minoranze di violenti. E allora dico che mi sembra giusto protestare, perché a tanta gente mancano i soldi, e chi governa si preoccupa solo di sé».
Quale è il nodo del problema, secondo lei?
«Il nostro è un Paese grande, che sta crescendo velocemente però mancano cose fondamentali: investimenti nella scuola, nell’educazione, negli ospedali. E questo è fondamentale perché ci sono milioni di persone povere. E che accade? Che facciamo dodici stadi bellissimi, senza preoccuparci del resto».
Ronaldo ha detto che il Mondiale si fa con gli stadi, non con gli ospedali.
«Io dico che serve equilibrio. E’ ovvio che per giocare un grande torneo internazionale servono gli impianti adatti, ma per vivere tutti i giorni servono ospedali e scuole, perché non è che in Brasile la gente gioca solo a calcio. Però…».
Però?
«Penso che sarebbe stato più giusto fare queste manifestazioni dopo la Confederations Cup perché non mi sembra giusto dare di noi un’immagine “brutta”. Soprattutto per chi come voi della stampa arriva qua per cercare di capire quello che succede. Insomma: le ragioni sono giuste, i tempi della protesta sbagliati».
Ragioni e tempi complicati. Sembra un po’ la sua storia con l’Italia: Fiorentina, Napoli, dopo tanto tempo ha qualche rimpianto?
«No, io sono contento di quello che ho fatto, sono stato benissimo. Ma sono arrivato in un momento difficile della mia vita, perché qui in Brasile ero un protagonista e finire in panchina, anche una sola volta, per noi brasiliani significa la “morte”. E’ quello che mi è successo a Firenze: un città meravigliosa, una squadra forte, ma io non volevo soffrire così tanto. Ero triste, poi faceva anche freddo… una situazione insomma che non conoscevo e non accettavo. Per questo volevo tornare a casa. Ma ho vissuto anche momenti bellissimi. Insomma, ho un po’ di nostalgia, non rimpianti».
Un giocatore per la Fiorentina?
«Non so cosa stanno cercando, mi pare che sia una buona squadra, ha fatto un ottimo campionato, giocando un buon calcio».
Il “suo” brasiliano per l’Italia.
«Dedè, del Cruzeiro, molto forte»
E cosa ci dice di Felipe Anderson, appena trasferitosi alla Lazio?
«E’ giovane, molto bravo, e deve ancora dimostrare tutto il suo valore. Mi piace la politica delle squadre italiane, che scelgono giocatori giovani, come ha fatto la Roma con Marquinhos. Felipe Anderson è un fantasista, ha ottima tecnica: a Roma può consacrarsi».
Come è capitato a Hernanes?
«Esattamente, mi ha tolto le parole di bocca. Hernanes è cresciuto tantissimo, adesso è un giocatore fondamentale per il Brasile».
Anche il Brasile è cresciuto tantissimo, in questa Confederations.
«Il fatto è che aveva bisogno di lavorare insieme. Qui è successo. Non solo: avendo tanti giocatori in giro per il mondo c’era bisogno di ritrovare lo spirito della nazione dentro la squadra. Avete visto cosa è successo durante l’inno brasiliano, a Salvador, prima della partita dell’Italia? Lì si è capito che c’è stata una saldatura tra i tifosi e la Seleçao. E questo è molto importante per noi brasiliani».
Neymar ha dimostrato di essere un “craque”.
«Anche questo è stato importante. Doveva crescere anche all’interno della Nazionale. Troppi alti e bassi. Nel Santos era sempre il migliore, nella Seleçao non aveva continuità. Adesso mi pare maturo, anche per il Barcellona e per l’Europa».
Lo abbiamo scoperto anche piuttosto falloso, come tutto il Brasile del resto.
«Ma questa è una caratteristica delle squadre di Scolari. Felipao chiede molta grinta ai suoi giocatori in campo»
Lei ha visto l’Italia contro il Brasile e contro la Spagna.
«E mi è piaciuta molto, organizzata, anche disposta ad attaccare, con un grande Balotelli la prima volta ma comunque padrona del gioco anche senza di lui. Credo che Prandelli sia davvero molto bravo».
Adesso Brasile-Spagna, la finale più attesa: magari per la Seleçao sarebbe stato più semplice giocare contro gli azzurri.
«No, proprio no. Io penso che il gioco brasiliano troverà meno ostacoli contro la Spagna. E invece avrebbe sofferto il gioco aereo italiano, con Gilardino in particolare».
Parla “quasi” come un allenatore: può essere questo il futuro di Edmundo?
«Non lo so. Ho un contratto di commentatore tv fino al Mondiale 2014. Poi mi piacerebbe tornare nel calcio, magari fare il presidente del Vasco da Gama…».
Fonte: Corriere dello Sport
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