Cristiano Sandri: “Vi racconto i miei dieci anni senza Gabbo”

Cristiano Sandri: “Vi racconto i miei dieci anni senza Gabbo”

Nell’intervista anche un commento sulla semilibertà di Spaccarotella

ROMA – Cristiano Sandri, fratello di Gabriele. Un avvocato, ma ancor prima, un uomo stravolto, che porterà sempre indosso i segni di una tragedia che ha inevitabilmente segnato la sua vita e quella della sua famiglia. Cristiano parla a IlTempo.

Come vive l’assenza di “Gabbo” dopo dieci anni?
«A proposito di “Gabbo”. In realtà io non l’ho mai chiamato così, nonostante lo facessero tutti. Questo soprannome gli è stato dato in discoteca e poi allo stadio dai suoi amici. Per me, però, è sempre stato Gabri. Un altro piccolo aneddoto è quello legato alla canzone Meravigliosa Creatura della Nannini divenuta un po’ il suo simbolo perché da dj la metteva spesso nei locali a fine serata. La sua preferita era però Stupendo di Vasco Rossi. Andammo anche insieme ad un concerto. Come vivo questi dieci anni? In realtà, per me, è come fossero trascorsi dieci minuti. Non è passato e non passerà mai un giorno che io non pensi a lui. Gabriele è stato più di un fratello, è stato tutto. L’ho apprezzato e visto crescere in tutti i suoi 26 anni di vita. Non esiste un solo momento che io non abbia vissuto Gabri. La mancanza ci sarà sempre, una mancanza, oltre che fisica, di condivisione di tanti altri sentimenti. Però lo sento e sono sicuro che ogni giorno mi accompagna e mi sta a fianco. Sarà così per tutta la vita. Non è vero che il tempo allevia il dolore, ti serve solo ad imparare come conviverci. E inevitabile che una simile tragedia ti segni per tutta la vita. Però è un argomento che con papà e mamma affrontiamo anche con dolcezza nei momenti in cui ci ritroviamo tutti insieme. Ricordando il suo carattere, il suo sorriso».

Voi eravate il classico esempio di fratelli uniti. Tu potevi contare su di lui, lui su di te: un privilegio che non tutti hanno…
«Assolutamente, il nostro era un rapporto unico, fantastico, indissolubile. Un filo che ci unisce nel sangue e lo unisce anche ai suoi nipotini. A volte mi capita di vedere e sentire famiglie dove il rapporto tra fratelli non è lo stesso che avevo io con Gabriele. E me ne sorprendo. Con lui condividevo ogni cosa. Non c’era un problema di cui lui non mi facesse partecipe, e viceversa. Ci davamo l’uno per l’altro».

Cristiano, in pochi forse non lo sanno, ma lei ha chiamato il suo primogenito proprio Gabriele.
«Sì, e lui porta orgogliosamente il nome dello zio. Mi dispiace e questa è una ferita che mi porterò sempre dentro, che non abbia potuto avere figli suoi e che non abbia potuto conoscere i miei. Però son convinto che da lassù sarà l’angelo custode del piccolo Gabriele e di Greta. Quando sarà il tempo giusto racconterò loro la storia dello zio. Sanno che è morto, ma non il come e il perché non ci sia più».

Ora arriva il decennale dalla sua morte, in tanti lo ricorderanno degnamente.
«Fa sempre molto piacere. Come famiglia parteciperemo, ovviamente. E bello che dopo tutti questi anni ci siano ancora tante persone che lo ricordino. Devo dire che per noi era difficile pensare di organizzare qualcosa per l’anniversario della sua morte. Vogliamo per questo, come famiglia, ringraziare tutti i ragazzi che si sono prodigati per Gabriele. La memoria è fondamentale e in tutto questo tempo non sono mai mancati sostegno e solidarietà. L’affetto degli amici più cari di Gabriele, che sono quegli amici che poi son rimasti. Amicizie coltivate allo stadio e poi sfociate in altre situazioni di vita, di condivisione di momenti. Sabato, ritrovarsi sotto la nostra seconda casa, ovvero l’Olimpico – ma più precisamente quella parte tra la Tevere e la Nord che è proprio il trait d’union tra nostro papà, me, Gabri e la Lazio – sarà ancora più emozionante».

Tutte le tifoserie hanno sempre ricordato Gabriele e questo è molto significativo.
«Sì, il discorso di Gabriele ha anche valicato i confini nazionali. Da poco c’è stata la partita di coppa col Nizza ed ho incontrato personalmente qualche ragazzo del gruppo; i tifosi del Borussia Dortmund gli hanno dedicato ancora una volta un bellissimo striscione».

Un messaggio a chi ha spezzato la vita a Gabriele, che recentemente ha ottenuto la semilibertà?
«Ormai neanche mi ci metto a pensare più di tanto. L’umanità, le corde dell’anima, o uno ce le ha, o non ce le ha».

Cosa ricorda di quel giorno? Soprattutto, qual è stato il modo in cui i media hanno trattato inizialmente la vicenda?
«Nonostante la dinamica fosse chiara sin da subito, ossia un pazzo che ha sparato in modo così scriteriato senza motivo contro una macchina colpendo un ragazzo di 26 anni, un proiettile, quel foro nel finestrino, non è stato affatto facile. E’ stato necessario rimanere sempre vigili sulla questione perché i tentativi di deviare, di infangare il tutto ci sono stati. Quello che mi ha dato forza è stata l’onesta intellettuale di tutti coloro che si sono avvicinati anche alla vicenda giudiziaria di Gabri».

Qualcuno si è avvicinato a voi consigliandovi di entrare in politica?
«Inevitabilmente, la vicenda di mio fratello, come tanti altri fatti di cronaca del nostro Paese, ha attirato l’attenzione di molti. E quindi anche a livello di proposte politiche. Ma in quei momenti non mi sentivo di accogliere una proposta del genere, mi sarebbe sembrato di strumentalizzare la vicenda di Gabriele e non lo avrei mai permesso. Gabri doveva e deve essere sempre al primo posto».

Ogni partita, in casa e in trasferta, in curva compare il volto di Gabriele. E’ un modo per sentirlo sempre presente?
«Sono orgoglioso delle amicizie che Gabri si è coltivato. Persone vere, genuine. Vedere allo stadio il suo volto in tutta Italia e in tutta Europa significa molto per me, è come se fosse ancora lì in mezzo, con la sua gente. Di sicuro lassù avrà una nuvoletta privilegiata, come altri laziali doc che non ci sono più, per vedere la sua Lazio. E sarà felice di come sta giocando».

Cittaceleste

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