CASA LAZIO / LAZIALI OFFESI DALLE TRE DITA ALLA BOCCA

CASA LAZIO / LAZIALI OFFESI DALLE TRE DITA ALLA BOCCA

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ROMA – Meno male che oltre le dita c’è di più. Ma quei tre indici alla bocca quasi a nessuno vanno giù. Indigesti ancora a molti laziali, le esultanze rabbiose di Candreva, Cataldi e Keita. Antonio segna e fissa di rabbia la Tribuna Monte Mario. Baby Danilo spalanca pure le orecchie, Keita zittisce tutti e basta. Il giorno dopo non si parla d’altro su radio e web: altro che profeti della fede, piuttosto ribelli in patria. Eppure venerati quando sputano sangue sulla maglia, criticati solo quando non s’intravede nemmeno una goccia di sudore. Perché un popolo non adora idoli, ma le vestigia, i colori biancocelesti. E chi è in campo è strapagato per difenderli, chi è sugli spalti invece paga e ha il sacrosanto diritto di fischiare. Si chiama democrazia del dissenso.

 

IL TEATRO – Candreva bofonchia che «l’Olimpico non è un teatro», ma invece sì. Lo stadio è il teatro dei sogni. E, quando questi vengono infranti, il pubblico si sveglia e mugugna, più o meno fragorosamente. Perché non gradisce, perché supera barriere anche economiche per esserci. Perché non è spicciolo moralismo dire che molta gente nemmeno potrebbe permetterlo di tifare né di fischiare. E quindi ha quasi il dovere di farlo, se qualcosa non gli va giù. Non abbiamo visto dita sul muso o smorfie di reazione l’anno scorso, quando piovevano applausi e invasioni a Termini e Formello. I laziali preferirebbero spellarsi ancora le mani, dipende solo dalla recitazione. Qualche attore sembra non averlo ancora capito: se sta lì sul palco della Serie A, non è solo merito suo, ma di chi l’ha fatto salire. Coi soldi, le standing ovation, non certo col gioco del silenzio. La personalità, Candreva, Cataldi e Keita fatela vedere con una magia sull’erba. Senza gesti forzati, come d’incanto, zitti tutti, a bocca aperta.

Cittaceleste.it

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