(Da sslaziofans.it) Nel calcio le motivazioni contano tanto, se non tutto. Nel calcio, come in tutti gli altri sport, senza testa non si va da nessuna parte. E la Lazio la testa l’ha lasciata a Roma, forse ancora al derby o alle imprese compiute contro Inter e Juventus, perché a…

(Da sslaziofans.it) Nel calcio le motivazioni contano tanto, se non tutto. Nel calcio, come in tutti gli altri sport, senza testa non si va da nessuna parte. E la Lazio la testa l’ha lasciata a Roma, forse ancora al derby o alle imprese compiute contro Inter e Juventus, perché a Catania si è vista la versione peggiore della gestione-Reja, una squadra per tanti versi simile se non identica a quella lasciata in eredità da Petkovic: manovra lenta, zero idee e difesa che è solo un dolce eufemismo definire ballerina. E il risultato finale non poteva che essere uscire a testa bassa, sconfitti dall’ultima in classifica.

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Un duro risveglio per chi già sognava un aggancio alla zona Europa-League, un duro ritorno alla realtà di una squadra che per settimane ha marciato forse oltre le proprie possibilità. I segnali c’erano stati tutti in questa settimana, i proclami (“abbiamo preparato questa sfida nel migliore dei modi”) della vigilia avevano riportato alla mente le frasi che ripeteva come un disco rotto Petkovic prima di ogni trasferta, i timori di un relax post derby si sono rivelati purtroppo fondati. Perché questa squadra per rendere deve andare sempre al 110%, perché senza giocatori in grado di garantire fantasia (Hernanes non c’è più, Keita è rimasto per oltre un’ora a guardare ed è stato buttato nella mischia a partita chiusa) i “portatori d’acqua” possono fare la differenza solo se tutti garantiscono la massima applicazione. Oggi in molti sono venuti meno ed il risultato è stato una sconfitta che potrebbe costare carissima alla fine della stagione, perché le sfide con Catania e Sassuolo dovevano essere il trampolino per consentire alla Lazio di spiccare un balzo decisivo verso il quinto posto. Invece, come tante (troppe) volte è successo in questi ultimi anni, nel momento decisivo è arrivato un tonfo, una prestazione per certi versi sconcertante.

Nessuna sorpresa, ci mancherebbe altro, ma resta comunque l’amaro in bocca e la triste consapevolezza che sarà sempre così per questa squadra, soprattutto con questa società. Siamo quelli del “vorrei ma non posso”, le volpi che si guardano allo specchio e che dicono che l’uva è acerba solo perché non riescono a mangiarla. E potremmo andare avanti fino all’infinito con le similitudini. Ma sarebbe inutile, come era inutile attendersi di veder comparire il faccione tondo di Lotito a fine partita, perché lui fa vetrina solo quando le cose vanno bene, quando forte di qualche risultato può attaccare tutti i suoi avversari. Perché non ha argomenti per rispondere alle domande vere, per affrontare la massa che lo contesta e che non sopporta più la sua presenza. Ma domenica sera, dovrà farlo, a meno di non disertare vilmente l’appuntamento. E non ci sarebbe da stupirsi conoscendo il personaggio.

Perché domenica sera l’Olimpico sarà una bolgia, uno stadio pieno e gonfio di rabbia, ma non per la sconfitta di oggi a Catania, ma perché stufo di una dittatura che va avanti da dieci anni. Il laziale non è stanco per i risultati che non arrivano o perché è costretto a veder giocare calciatori che sono seconde o terze scelte. Il laziale non è mai stato schiavo dei risultati, altrimenti negli anni bui l’avrebbe fatta affondare questa società, invece di compattarsi e di rispondere sempre presente nei momenti di difficoltà. Il laziale è un “animale strano”, solitario e imprevedibile, in grado di sopportare tutto ma non la cafonaggine, l’arroganza, la prosopopea e il falso moralismo di un personaggio che non incarna uno solo dei valori che hanno spinto ognuno di noi a scegliere la Lazio. Per questo i laziali hanno abbandonato in silenzio la Lazio in questi anni e sempre nel silenzio assoluto dell’informazione romana si stanno mobilitando per tornare in massa domenica sera per Lazio-Sassuolo. Perché la nostra partita, oramai, non è quella che si gioca sul prato verde contro gli avversari che il calendario ci presenta ogni settimana, ma contro quel nemico (sempre lo stesso) che abbiamo in casa da anni e che non siamo più disposti a sopportare. Ed allora, mettiamoci alle spalle questo Catania-Lazio e raddoppiamo l’impegno per trasformare questo 23 febbraio in una data da consegnare alla storia come il risveglio della Lazialità. Perché come abbiamo detto tante volte, “liberalalazio” non è uno slogan, ma un imperativo!

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