Lazio, Calori: “Dal 14 maggio 2000 sono quello del gol alla Juve”

Le parole dell’allenatore ed ex calciatore Alessandro Calori

di redazionecittaceleste

ROMA – Alessandro Calori, attuale allenatore ed ex calciatore, fu il vero eroe di quel 14 maggio 2000 che incoronò la Lazio Campione d’Italia. Suo il gol al Curi con il quale il Perugia batté la Juventus. Vent’anni dopo La Gazzetta dello Sport ha voluto intervistare l’ex centrocampista. Ecco le sue parole.

È ancora tifoso della Juve?

“Tifoso no, sono un professionista, faccio l’allenatore (fino a giugno sotto contratto con la Ternana, ndr). Ammetto però di seguire la Juve in tv con simpatia”.

Perugia-Juve 2000: Luciano Gaucci, presidente del Perugia, minacciò di spedirvi in Cina per una tournée in caso di sconfitta. Perché?

“A noi Gaucci disse più o meno questo: ‘Mi raccomando, ci guarda il mondo, mettiamoci il massimo impegno e vada come vada’. La storia della Cina la usò con giornali e tv, e non so perché”.

Eravate già salvi. Avevate un premio speciale?

“No, prendemmo il premio salvezza concordato a inizio campionato. Non c’era una bella atmosfera, dopo Juve-Parma erano esplose polemiche. Ci impegnammo come sempre e con quella vittoria ci qualificammo all’Intertoto (vero in parte, il Perugia entrò in Europa grazie alla rinuncia del Verona, ndr). La differenza però la fece l’atteggiamento. Noi eravamo spensierati, non avevamo nulla da perdere. Loro erano tesi e nervosi, dovevano vincere per forza. Poi c’è stata la componente casualità. La Juve ebbe una marea di occasioni, Inzaghi e Del Piero sbagliarono gol che di solito segnavano con facilità. Il nostro portiere, Mazzantini, fece un paio di miracoli”.

Si poteva giocare?

“Non saprei, era una situazione difficile da gestire. Penso che Collina chiamasse i suoi superiori, i quali forse gli suggerivano di aspettare. L’arbitro provò spesso a far rimbalzare la palla. Rimanemmo fermi quasi un’ora e mezza, una pausa infinita: dura riprendere”.

A chi telefonava Collina?

“Lo osservavamo da distante. Credo che parlasse con i designatori o con Carraro, ma sono mie supposizioni”.

Gli juventini protestavano?

“Era logico che non volessero ricominciare. Avrebbero avuto degli svantaggi, il campo era un acquitrino. A noi la cosa risultava indifferente”.

Juve nervosa alla ripresa?

“Sì, Zambrotta venne espulso. Vedevo facce sempre più preoccupate, persero lucidità. Avevano Zidane, Del Piero e Inzaghi, ci aggiunsero Kovacevic. Niente da fare”.

Il suo gol?

“Nacque da una punizione. Ero salito per colpire di testa, ma su un rimpallo mi arrivò il pallone, lo stoppai senza farlo cadere e calciai. La palla toccò terra e, complice l’erba fradicia, il tiro divenne imparabile. Non darei troppe colpe a Van der Sar”.

E che cosa successe dopo?

“Gaucci venne a ringraziarci per la prestazione e stop”.

I tifosi laziali le chiedono ancora i selfie.

“È vero. E ho provato sulla mia pelle le divisioni tra juventini e anti-juventini, l’Italia ama spaccarsi. Su un muro della strada dove c’è la mia casa in Toscana, comparve una scritta in viola: ‘Grazie di cuore’. Era l’apprezzamento dei tifosi della Fiorentina. Ricevetti qualche minaccia da alcuni juventini. Oggi, qualunque cosa faccia, sono sempre quello del gol alla Juve”.

Sembra che un po’ le dispiaccia, di quella rete.

“Dispiacere no, ma penso di aver fatto dell’altro, nella vita. Da capitano ho portato per la prima volta l’Udinese in Europa, assieme a giocatori del calibro di Bierhoff, Amoroso, Poggi. A Brescia ho giocato con Robi Baggio, Guardiola, Luca Toni, Pirlo. Da allenatore ho condotto il Portogruaro in Serie B e sempre al Brescia, ma in B, ho valorizzato tanti giovani”.

Quel gol l’ha danneggiata?

“Ogni tanto ci penso e mi rispondo che non lo so. Ho un obiettivo: ritornare in Serie A come allenatore. Se quel gol avesse frenato la mia carriera da tecnico, proverei tristezza”.

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