cittaceleste lazio women WOMEN | Oliviero si racconta: “Gli inizi, la Lazio e quel gol all’Europeo”

lazio women

WOMEN | Oliviero si racconta: “Gli inizi, la Lazio e quel gol all’Europeo”

Edoardo Benedetti Redattore 
Le parole della calciatrice biancoceleste, intervenuta ai microfoni ufficiali del club, in merito agli inizi ed al trasferimento a Formello

Elisabetta Oliviero, calciatrice della Lazio Women, si è raccontata ai microfoni ufficiali del club. Di seguito le sue dichiarazioni: "Colpo di fulmine con il calcio? Quando ero molto piccola e giocavo al parco con i miei fratelli. Mi ero trasferita da poco a Genova e mia madre era tra le faccende domestiche e tutti i trasferimenti vari per la scuola. Allora i miei fratelli mi intrattenevano con loro, giocavano a calcio tutto il giorno. Un giorno, incuriosita, gli dissi: 'Voglio giocare anch'io'. Il primo calcio è stato un amore indescrivibile e avevo capito cosa volevo fare. È stato un innamoramento, era un senso di libertà e di qualcosa che ti appartiene. Difficile da descrivere.

La mia famiglia inizialmente non mi ha sostenuto. Sono passati quattro anni dal mio primo calcio al pallone al mio primo calcio ufficiale. È stata dura convincerla perché veniamo da un paese che aveva altre idee per il calcio, convinto che fosse solo per i maschi. Ho avuto delle persone che mi hanno aiutata durante il cammino. Soprattutto questo signore che si chiama Francesco, che ringrazierò per sempre. Convinse i miei genitori. Ho una famiglia numerosa e non era facile permettersi una scuola calcio per tutti. Questo signore un giorno mi vide giocare nel campetto della chiesa e mi portava agli allenamenti. I miei genitori mi videro contenta e si convinsero. Inizialmente ho fatto il portiere, è una cosa molto curiosa. Ma giocando con i fratelli maschi più grandi lo spazio libero era la porta. Ero brava. La voglia di stare con loro mi faceva fare parate folli.

Mai pensato di mollare? Ero troppo piccola per capire quale era il significato di mollare, volevo solo divertirmi. Anche se magari mi era vietato appartenere ad un club, a scuola giocavo con i miei amici e facevo di tutto per giocare il pomeriggio al parco. Ho sempre continuato e non mi sono mai posta il problema di fare un altro sport, anche se i miei genitori ci hanno provato con la pallavolo. Facevo parte di una palestra fino a quando l'insegnate disse ai miei genitori: 'Vostra figlia è fantastica, ma a questo sport non si gioca con i piedi. Portatela a fare calcio'. Sacrificio più grande? Lasciare la mia famiglia. Cosa ho trovato lontano da casa? Un mondo che non sempre è pronto ad accoglierti. Ti forma. Diventava complicato gestire le cose di tutti i giorni, come pulire casa o preoccuparsi delle proprie coinquiline. Inizialmente sei un po' nel mondo dei ragazzi. Quindi fai fatica a rapportarti con gli altri.

Io ho sempre lavorato sperando di creare la miglior versione di me. Lungo il mio percorso ho trovato persone che mi hanno insegnato tanto, anche con le sconfitte. Non mi sarei mai immaginata di essere questo tipo di donna e di calciatrice. Non potevo immaginare di ottenere tutti questi risultati. Però credo giorno per giorno che non si smette mai di migliorare e di crescere. Probabilmente questa è stata la mia visione più grande. Sono stati anni molto difficili, sono una giocatrice che, come tante altre, viene da squadre che si devono salvare. Mi ritengo orgogliosa di averne fatte sette e quasi tutte le ritengo impossibili. Perché il calcio di qualche anno fa non è come adesso, non c'erano disponibilità economiche e strutturali. Era tutta una lotta al voler arrivare all'obiettivo. Fortunatamente ho anche trovato sempre squadre pronte a fare di tutto per raggiungere il nostro sogno. Ogni anno ho la fortuna di rincorrere un sogno insieme a ragazze che sognano come me. E questo negli anni è stata una carta fondamentale.

Lazio? Inizialmente è stato molto difficile riuscire ad accettare la chiamata. Non per il club, ma tanto perché facevo fatica all'idea di dover lasciare casa. Avevo trovato un equilibrio, io poi alla Sampdoria ci tenevo. È inutile negarlo. Credevo si potesse costruire qualcosa di buono nel tempo. Poi però ti rendi conto che la vita va avanti e che bisogna prendere scelte coraggiose. Lo rifarei indubbiamente. Qui si respira calcio h24. Tutto quello che facciamo è in funzione alla partita e all'allenamento. Lo staff è preparato e Grassadonia mi ha fatto vedere il calcio con altri occhi. Le mie compagne di squadra mi hanno aiutato ed è più facile quando tutta la squadra riesce a vedere le cose nello stesso modo. Il mister è molto attento ad ogni cosa e al contrario degli altri allenatori credo che sia completo umanamente e tecnicamente. È in grado di darci tanto, sia quando ci deve sgridare e sia quando ci deve coccolare. È in grado di farti vedere il calcio con passione. Lui è diverso. Il soprannome Pierino? Lo fa con un senso di positività. Se questo fa venire entusiasmo e fa sorridere per me non c'è problema.

La frase 'siamo queste'? È un modo per dire che facciamo il massimo in tutte le situazione. A volte non possiamo chiederci di più. È come dire che abbiamo fatto il massimo in queste situazioni. Quindi accettiamolo e siamo felici di essere in questo gruppo qua. Addetta alla musica? Avere la competenza non è una cosa bellissima. Mi preoccupo sempre che la cassa sia carica e che il telefono sia connesso. C'è sempre un po' di polemica, ma prima delle partite riusciamo ad ascoltare insieme le canzoni della Lazio. A volte è più complicato. Tutte dicono la loro e ognuno ascolta la sua canzone. Più importante una squadra forte o una squadra unita? Penso che se una squadra è unita è una squadra forte. Non sempre nella mia carriera eravamo la squadra che poteva salvarsi, ma stando unite siamo diventate forti. L'anno scorso nessuno si sarebbe aspettato nulla da noi da neopromosse, ma siamo state forti.

Il livello mentale è l'aspetto più importante. Il cervello è il muscolo più importante che abbiamo perché allena tutti gli altri. È facile abbattersi, mentre è difficile dirsi di continuare quando le cose non vanno come vorresti. La testa è il motore più importante. Siamo anche molto influenzati dalle persone che ci circondano e quindi dobbiamo sceglierle bene. Per tanti il calcio è solo uno sport, ma non gira tutto intorno al risultato ma tanto intorno al lavoro che facciamo in settimana. Il corpo ha bisogno anche di riposo, ma è quando nessuno ti guarda e quando gli altri non si allenano che si fa la differenza. E lì anche le persone che hai intorno devono capire che questo per te è importante.

Io ossessionata dal calcio? Sì, sono ossessionata. Vivo tutto con molta passione. Dedico la mia vita a questo. Facciamo tanti sacrifici, facciamo scelte complicate e io amo questo sport. Mi piace, mi diverte e ci metto tutta la passione che ho. Senza ossessione non si cresce. Piano B? Mai avuto, sono molto fortunata. Sapevo di avere un posto sicuro a casa e quindi mi sono concentrata solo su questo. Senza il calcio avrei lavorato nel negozio di abbigliamento dei miei fratelli, ma per il bene di tutti è andata meglio così (ride, ndr.).

Non mi rendo conto di quello che sto facendo. Vivo al meglio quello che sto facendo tutti i giorni. Il calcio dimentica velocemente e bisogna sapersi adattare. Sono tanto orgogliosa perché se guardo indietro ne ho passate tante. Ci sono state volte in cui è stato difficile riuscire a credere di appartenere ad un calcio diverso, che non sia fatto soltanto di salvezze all'ultima giornata o di lavori fatti con quello che si aveva. Forza con i sacchi della sabbia o GPS fatti con la mente. Ho dimostrato che non è impossibile riuscire ad ottenere qualcosa anche partendo dal basso. Avere strutture di questo tipo è sicuramente un paradiso. Sono orgliosa di far parte di una società questi campi e queste strutture. Non è da tutti e ci riteniamo molto dortunate. È giusto non dimenticarsi che il calcio sta cambiando. Ma in questo momento possiamo ritenerci fortunate.

Gol all'Europeo? Ho pensato: 'È davvero lì? Posso colpirlo?'. Mi è sembrato strano fosse rimasto lì quel pallone, ma non ci ho pensato due volte. Non sono un quinto che segna, amo far segnare gli altri. L'idea di poter far gol in una partita così importante non era nella mia testa. È stata la sconfitta più importante della mia vita. Errore che continuo a fare da anni? Sui palloni alti a volte faccio fatica e mi arrabbio con me stessa per questa cosa. Ci lavoro, come sul fatto che non sono mancina e mi piacerebbe diventarlo. Mi arrabbio perché sbaglio un controllo. Su queste cose mi arrabbio spesso con me stessa.

Giocatrice più difficile che ho sfidato? Gabbiadini, era Cuneo-Verona e quel giorno non ho mai visto la palla. È stato terribile. Promesse in questo rush finale? Ci tengo a promettere che da qui alla fine darò il massimo e fare tutto ciò che è possibile per raggiungere l'obiettivo. Voglio mettere tutta la mia determinazione. Una sogno una volta smesso con il calcio? Diventare mamma".