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Nazionale, Buffon: “Gattuso? Ha ottime conoscenze tecniche. Sul caso Bastoni…”
Gianluigi Buffon, ex calciatore e attuale capo delegazione della Nazionale, ha rilasciato una lunga intervista ai taccuini de Il Messaggero. Di seguito l'intervista completa:
Anche lei sta dando il suo contributo in Nazionale, nel ruolo di Gigi Riva: che cosa porta di lui in questa avventura azzurra?
«Ognuno deve mantenere il proprio carattere. Riva non era una persona ciarliera, non un chiacchierone, però quelle cinque parole che pronunciava erano scolpite nella pietra. Era convincente, autorevole. C’era un rispetto enorme per lui, per il suo carisma. E averne significa poter “condizionare” gli altri per essere un valore aggiunto».
Lei lo fa con i calciatori della Nazionale?
«Quello che posso fare è intervenire nel modo migliore, faccio da filtro, cerco di rendere fluidi certi passaggi, alcuni dialoghi».
Intanto ha inciso nella scelta di Gattuso.
«Sono stato decisivo sì, ma fino a un certo punto, perché, come dico sempre, gli uomini soli al comando non mi sono mai piaciuti e anche in questo caso c'è stato con il presidente Gravina un bel confronto. E se avesse detto di no, non se ne sarebbe fatto nulla».
Ma perché proprio Gattuso?
«Ci sono tecnici funzionali in alcuni momenti storici. Rino era la persona giusta in quel momento: è uno empatico, sa creare relazioni, cura il rapporto coi giocatori in maniera autentica e immediata, ha ottime conoscenze tecniche. Sa far emergere il senso di appartenenza, un’idea di gruppo, che è sempre la cosa migliore, quella che ti aiuta a superare gli ostacoli. Specie in Nazionale. Ogni suo parere, giudizio, un suo pensiero viene ben interpretato dai giocatori, perché ha vissuto lo spogliatoio. E magari per me, questo modo di pensare, è sbagliato: probabilmente noi calciatori siamo un po' più basici nel valutare certi aspetti».
Dei ragazzi del 2006, lei è uno dei pochi che non ha intrapreso la carriera di allenatore. Come mai?
«Mi sarebbe piaciuto fare solo il ct di qualche nazionale: un’esperienza sportiva da abbinare a un contesto sociale, a un'esperienza di vita. L'idea di fare l'allenatore nel quotidiano non mi ha mai sfiorato: avrei tolto troppo spazio alla famiglia e a me piace stare al mondo, vivere la vita, avere i miei spazi. Per come son fatto io è già un mezzo miracolo che sia rimasto nel mondo del calcio. Io ho vissuto il meglio, tutto il resto poteva essere in tono minore e la cosa non mi faceva impazzire».
Siamo nel mese degli spareggi per il Mondiale. La parola che prevale è ansia?
«No, domina “fiducia”. La parola è fiducia. Fiducia proprio totale. Per poter analizzare certi momenti la prima cosa da fare è estraniarsi dal contesto e fare delle analisi come se tu fossi una persona terza. Trovare la lucidità per analizzare la situazione».
Ovvero?
«Prendiamo carta e penna e buttiamo giù i nomi della squadra dell'Italia: siamo un gruppo ultra competitivo per dei livelli superiori a quelli che possono essere uno spareggio e quindi il sapere che andremo a giocare un playoff con gente come Donnarumma, come Dimarco, come Bastoni, Calafiori, Barella, Tonali, Retegui, Kean, Pio Esposito, cavolo dico, come fa l'Italia a non passare? Cioè, faccio fatica. Poi magari potrà pure capitare per la terza volta. Però almeno arriverò lì in un modo sereno e so che questa è la verità. Poi il campo ci potrà smentire perché lì può accadere tantissimo altro».
Ecco, però perché questa non è la percezione che si ha dall'esterno?
«Perché è più semplicistico, siamo entrati in quel loop lì un po' di negatività, siamo al tafazzismo. È come quando metti un'etichetta a qualcuno senza approfondire e quell’etichetta resta per sempre, senza capire che nel percorso di una persona ci sono tanti cambiamenti. Chi fa le analisi deve approfondire e comprendere se, nel corso del tempo, ci sia stata qualche risposta differente. Io penso che l'unica volta in cui siamo stati deludenti dal punto di vista della tenuta è stato con la Norvegia, nel secondo tempo. Poi, ovvio, non abbiamo affrontato il Brasile ma abbiamo sempre tirato fuori i risultati. Anche ai miei tempi si faceva fatica e si vinceva 1-0 o 2-0 magari in Moldova. Adesso invece fai quattro gol a Israele e non va bene».
Si tende all’autolesionismo.
«E invece c'è bisogno di essere costruttivi, di essere un po' ottimisti e non sempre fare i criticoni. Secondo me si dimostra di voler poco bene, ma non alla Nazionale, ma proprio alla nazione, perché alla fine il calcio non è solo un discorso sportivo per l'Italia, è un qualcosa che va oltre, ha molto più valore. E ora che abbiamo qualche difficoltà in più, uno ci dovrebbe sostenere, invece ci danno addosso. Questo mi dà fastidio, significa non volersi rendere conto di una realtà che è diventata più complicata rispetto al passato e che forse anche in quei tempi non era poi così bello come vogliamo credere. Io una delle mie migliori parate l’ho fatta con la Moldova. Pensa te, con la Moldova. Questo disfattismo o la voglia di creare sempre la polemicuccia non fa bene al nostro movimento, e non fa bene a nessuno».
Questo stato d'animo quanto incide sulla squadra?
«Non chiedo mai ai calciatori, non sai mai se ti dicono la verità. Ma in questo Gattuso è bravissimo: con lui cerchiamo di far passare i messaggi giusti».
Comunque, i fatti dicono che l’Italia, dal 2006, non è più l’Italia. Non può essere un caso.
«No, non può esserlo. Se non ci fossero in mezzo a questi 20 anni una finale e una vittoria di un Europeo: prima del mondiale in Germania era il contrario. Dopo i fallimenti riusciamo sempre ad avere una reazione, forse d'orgoglio, non so da che cosa dipenda, però è così, la storia dice questo. Sappiamo tutti che il Mondiale è più di un Europeo, tutti noi ci ricordiamo cosa facevamo o dove eravamo durante una partita della Coppa del Mondo, e non di un Europeo. Da quel 2006 qualcosa è cambiato».
Cosa?
«Nel 2010, appena usciti dal Mondiale in Sudafrica, dissi: "Quando finalmente ci qualificheremo per i mondiali nelle prossime volte, dovremmo essere felici e festeggiare", mi hanno preso per pazzo. Pensavano fosse una provocazione, ma io ci credevo: vedevo come gli avversari e come le altre nazionali stavano crescendo, e noi avremmo fatto fatica. Erano percezioni che avvertivo in campo».
C’è anche un aspetto tattico alla base della crisi di questi anni?
«Per tantissimi anni abbiamo avuto una superiorità tattica rispetto agli avversari e ci permetteva di vincere delle gare incredibili».
Poi c’è anche un fatto: abbiamo voluto copiare gli altri, e forse non eravamo pronti.
«Siamo stati contaminati dai concetti di globalizzazione e dalla contaminazione di idee tattiche altrui. Ci siamo fatti ingolosire anche dalle sirene spagnole di un certo tipo di calcio. Ci siamo snaturati, insomma. Abbiamo voluto fare quel tipo di calcio perché da un certo punto di vista ci sentivamo non più fichi. Ci trattavano come catenacciari, ci inviavano sempre questi messaggi. Abbiamo voluto rinnegare la nostra natura. E abbiamo detto “sai cos'è, ora vi facciamo vedere noi”. Ma quando parti con un progetto, e sei già dieci anni si ritardo, fatichi».
Ma ora, a quanto pare, si sta tornando alle vecchie marcature.
«Si sta cambiando qualcosina, sì. Negli anni abbiamo perso anche la specializzazione dei ruoli. I difensori erano difensori. Adesso ci sono giocatori più universali, tutti sanno fare tutto. Evoluti ma poco specialisti».
Il caso Bastoni.
«Ci siamo sentiti. Ho trovato il tutto un po’ eccessivo, la cosa andrà inevitabilmente scemando. Ha chiesto scusa, sta pagando ma molto più di quelle che sono le sue colpe».
Gattuso avrà il coraggio di puntare su qualche giovane, come Palestra, Pisilli, Vergara?
«Se c’è una cosa su cui non difetta è proprio il coraggio. Al di là dell’età, in Nazionale viene chi merita. Poi, un certo zoccolo duro lo devi avere, perché altrimenti non si va da nessuna parte. I ragazzi devi saperli utilizzare, senza caricarli di responsabilità. Dal giovane devi prendere l'incoscienza. Nessuno più di me può parlare di questo: la mia prima presenza in azzurro l'ho fatta in Russia per uno spareggio mondiale. Però se tu mi chiedi adesso “sapevi quanto valeva quella partita?”, io non sapevo un ca... Sono entrato in campo in mezzo alla neve ed ero solo felicissimo di giocare. Mi sono detto: vai dentro e divertiti».
Se l’Italia non va al Mondiale, lascia il suo incarico come aveva promesso?
«Confermo. Sono sempre il primo a prendermi responsabilità di tutto. Esco di scena, se serve trovare un capro espiatorio. Prendo e me ne vado a casa. È quello il problema? Ma che modo è di ragionare? Questa cosa mi fa impazzire, non c’è mai uno sforzo per capire se realmente un professionista ha dei valori, se è capace. Così, è come tirare in aria la monetina: se va bene tutti bravi, se va male tutti scarsi. Questo modo di ragionare e scegliere lo trovo imbarazzante, però va benissimo».
Perché tanti altri sport crescono e il calcio fatica?
«Nel calcio non hai tempo e sei costretto a mettere delle toppe. Cioè se oggi dici che abbiamo il progetto più bello del mondo e fra 12 anni vinceremo il mondiale, la gente ti ammazza. Nel tennis, per 30 anni, non ci sono stati atleti competitivi, poi hanno avuto modo di aspettare il progetto giusto e ora stiamo vedendo i risultati. Nel calcio, se non vinci, dopo sei mesi devi andare a spiegare, non a uno, ma a una nazione intera. C’è una pressione completamente diversa. La Nazionale non fa crescere i giocatori, a questo devono pensare i club. E ogni società a cui appartiene un giocatore guarda giustamente ai ricavi, quindi non c'è mai una sinergia vera, reale e costruttiva fra club e Nazionale».
Le riforme, Gravina, le sta provando a fare. Lei su cosa interverrebbe come prima cosa?
«Il primo filo che muoverei è sulle attività di base, sui ragazzi dai sei ai tredici anni. Gli allenatori più importanti sono proprio quelli che gestiscono quei ragazzi, hanno un ruolo delicatissimo e di primaria importanza e guadagnano uno stipendio da fame. Loro pensano a fare bene con le squadre per poter salire di categoria come allenatori, invece devono far crescere le individualità, formare degli uomini. Bisogna dare degli stipendi più corposi, perché il loro è un ruolo molto delicato. Dai meno compensi ai tecnici delle prime squadre e il resto lo giri agli istruttori delle giovanili e li rendi felici di quello che fanno, avranno molta più soddisfazione nel far crescere i giovani. Stesso discorso che vale nelle scuole con i professori».
Per la qualità dei giocatori della Nazionale, dove la collocherebbe nel panorama mondiale?
«Nella top ten sicuramente. Un plauso alla Norvegia, che sta crescendo sotto tutti gli aspetti, tecnici, fisici, tattici. Una volta li incontravi, sapevi che era dura, ma eri consapevole di essere superiore, oggi trovi ragazzoni strutturati e tecnici. Prima erano solo grossi e legnosi».
Ammesso che si vada al Mondiale, quale sarebbe l’obiettivo minimo (o massimo)?
«Mi piacerebbe arrivare ai quarti. Poi dipende da mille variabili: se agli ottavi ti capita l’Argentina, il Brasile, o se becchi formazioni più deboli magari vai in finale. Però, come valore, l’Italia è da quarti di finale. Nel 2006 siamo stati anche fortunati, nel 2010 ci ha detto male su tutto, ci siamo infortunati insieme Pirlo, Gattuso ed io».
Chi, tra i giovani italiai vi ha stupito maggiormente?
«Una sorpresa grande è Palestra, ha fatto vedere qualcosa di clamoroso. Un altro che sta facendo molto bene, è Kayode. Anche Vergara, uno che non ti lascia indifferente. E anche Pisilli».
Uno come Verratti, che manca da anni dalla Nazionale, può creare squilibri nello spogliatoio?
«Marco è sempre stato un individuo apprezzatissimo nello spogliatoio, tutti per lui hanno sempre avuto un debole. Una sua convocazione non farebbe scontenti i ragazzi. Anche perché ha una qualità tecnica talmente elevata che immediatamente tutti gli riconoscono una leadership unica».
Avere un figlio che gioca un mondiale è un sogno, è una possibilità, è un'emozione?
«Un'emozione, perché sai quanto è bello poter avere un'opportunità simile e quanto grande la responsabilità di rappresentare un paese. Se gli do consigli? Sì si, ma lui sembra un soldato prussiano. Ha preso dalla mia ex moglie».
Che ne pensa del Var che non mette mai d’accordo nessuno?
«Inter-Juve è stata la conferma che il Var è imprescindibile e ci si rende conto che deve intervenire proprio su questioni come quella di Kalulu. Come si fa a non poter intervenire su un errore cosi grave? Chi può aver concepito una cosa del genere? È una procedura che ti fa andar fuori di testa. Se eviti un errore enorme fai del bene al gioco del calcio, non il contrario. Anche sui contatti c’è qualcosa da rivedere: non c’è fallo ad ogni tocco. Chi ha giocato al calcio può aiutare gli arbitri. Ci deve essere un confronto tra le parti. Se si fischia ad ogni contatto, il giocatore lo capisce subito quindi non ti aiuterà e si butterà a terra».
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