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Di Lorenzo Bozzetti
La vita non rappresenta una semplice traiettoria rettilinea da percorrere in maniera passiva, bensì un flusso irregolare fatto di slanci, cadute e ripartenze che ogni giorno ci mettono a dura prova. Quello che viviamo quotidianamente è infatti una continua successione di eventi che uniscono controllo e caos, tra ciò che ci è possibile conquistare e ciò che invece fugge dalle nostre mani. Al tempo stesso, il vero pericolo per la nostra vita non si insinua tanto nell’improvvisarsi delle difficoltà, quanto nel perdersi nella ripetizione, nella monotonia della routine, elemento –quest’ultimo- che ci porterebbe a sottovalutare quei piccoli segnali che, se ignorati a lungo, finiscono per divenire impossibili da trascurare. Uno scenario di questo tipo, inoltre, ci porta a volte anche ad avere la sensazione di vivere secondo un tempo sospeso, composto da un’apparente tranquillità in cui tutto sembra procedere "abbastanza bene", accompagnata però da un sottofondo che invece si compone di crepe che ai nostri occhi risultano invisibili. È proprio in questa delicata instabilità che spesso si nasconde il significato più profondo del nostro percorso. Le attese si dilatano, si svuotano lentamente, fino a diventare un’erosione silenziosa, come se ci muovessimo senza mai trovare un appoggio solido. Per uscire indenni da simili momenti ci si aggrappa perfino a rassicuranti rituali interiori quali ad "fino a qui tutto bene", frase che spesso rivolgiamo a noi stessi per mantenere quella forma di auto-controllo utile per affrontare tutto ciò che la vita ci riserva ogni giorno. Tuttavia, ammettere la caduta - e soprattutto riconoscere il momento in cui si rischia di toccare il fondo - richiede un coraggio che non tutti riescono a possedere. Perché, in fin dei conti, il vero snodo non è la discesa, bensì l'atterraggio.
Considerazioni di questo tipo trovano conferma in chiave metaforica anche nella seconda parte della scorsa stagione della Lazio sotto la guida di mister Baroni, in particolare nei sei pareggi consecutivi ottenuti tra febbraio e maggio dalla squadra biancoceleste nelle gare casalinghe di Serie A. Un rendimento atipico per il club capitolino, storicamente abituato a imporsi davanti al proprio pubblico all’Olimpico, e che solo una volta in passato – nella stagione 1989 – aveva fatto registrare un simile andamento. Una striscia di pareggi che ha inevitabilmente rallentato la corsa dei biancocelesti verso gli obiettivi stagionali, lasciando delusi e sorpresi in negativo anche i tifosi, da sempre abituati a ben altri standard tra le mura amiche. Proprio la “pareggite” accusata dalla squadra di Baroni ci dà la possibilità di trovare un parallelo con il film seminale del 1995 di Mathieu Kassovitz, "La Haine" ("L’odio"). Vediamo in che modo è possibile trovare questo parallelismo tra i risultati registrati in casa dalla squadra biancoceleste tra febbraio e maggio e la pellicola di Kassovitz.
Pellicola del 1995 girata in bianco e nero, "La Haine" di Mathieu Kassovitz racconta le (circa) venti ore vissute in una giornata da tre giovani amici: Vinz (interpretato da Vincent Cassel) Said (Said Taghmaoui) e Hubert (Hubert Koundé). Nello specifico, i tre vagano per la banlieue di Parigi all’insegna di un clima di tensione sociale e rabbia repressa venutasi a creare dopo che un ragazzo (Abdel) è stato gravemente ferito durante gli scontri con le forze di polizia. Il film dunque ripercorre le vicende dei tre ragazzi e del modo con cui ciascuno di loro affronta e reagisce alla realtà oppressiva che quotidianamente vivono: Hubert sogna di andarsene dalla banlieue e costruirsi un futuro migliore, respingendo la violenza e cercando equilibrio nella propria vita; Said fa da mediatore tra i due amici, con l’intento di trovare un punto di pace tra l’impulsività di Vinz e la lucidità di Hubert; Vinz opta invece per lo scontro, alimentando la propria rabbia contro la polizia e puntando alla vendetta, benché alla fine emerge anche una sua esitazione interiore. Dal punto di vista narrativo, il film si muove in un tempo sospeso, come se fosse bloccato in un eterno presente, con rabbia e frustrazione che continuano a covare sotto la superficie, facendo sì che la speranza rappresenti al contempo soltanto un ricordo lontano. Tutto questo, fa sì che la trama si dipani tra elementi quali la disillusione, quella tensione quotidiana respirata dai protagonisti e una violenza pronta a esplodere in ogni istante, con un futuro che appare assente, privo di prospettive, come per i tre amici, apparsi intrappolati in una realtà che li consuma. Un racconto, quello di Kassovitz, che inoltre consegna agli occhi dello spettatore un finale tragico e inaspettato, segnato dalla frase emblematica e ossessiva: “Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio”. Al centro della storia del regista francese emerge, quindi, una riflessione lucida e brutale su tematiche quali l’odio, la marginalità sociale e l’inesorabilità di un destino che sembra essere già scritto.
"Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio". Questa frase, ripetuta come un mantra nel film di Kassovitz, non è soltanto il cuore narrativamente pulsante della pellicola francese, ma può permetterci di descrivere, in senso metaforico, la spirale di pareggi consecutivi registrati in casa dalla Lazio di Baroni nella seconda parte della passata stagione. Dopo la goleada rifilata al Monza il 9 febbraio scorso, la Lazio ha infatti collezionato sei pareggi consecutivi nelle successive sei partite di Serie A disputate all’Olimpico contro Napoli, Udinese, Torino, Roma, Parma e Juventus. Un andamento che rischiava di compromettere quanto di positivo era stato costruito dalla squadra di Baroni nella prima parte della stagione, dando inoltre vita ad una situazione proiettata a gettare un evidente malumore nell’animo dei tifosi biancocelesti, preoccupati non soltanto dai risultati ottenuti in casa, ma anche dal modo in cui quei pareggi venivano conquistati. Dietro a quei risultati poco soddisfacenti, infatti, si celava una squadra incapace di replicare quella brillantezza e spensieratezza mostrate in precedenza, offrendo invece prestazioni deludenti davanti al proprio pubblico. Un rendimento che al tempo stesso era l’opposto di quello che parallelamente accadeva in trasferta, contesto –quest’ultimo- che vedeva la Lazio di Baroni nel periodo compreso tra febbraio e maggio ottenere risultati utili a porla tra le migliori squadre di Serie A proprio per andamento esterno. Allo stesso tempo, ad alimentare le preoccupazione dei tifosi biancocelesti non erano soltanto i risultati in sé, quanto la loro ripetizione continua, diventata nel giro di poco tempo un circolo vizioso di attese e speranze espresse dagli stessi tifosi rimaste però deluse.
Proprio come nella trama de "L’odio", dove i protagonisti agiscono in un tempo sospeso restando intrappolati in una realtà che non muta mai concretamente, anche la Lazio dava in quel periodo la sensazione di essere bloccata in un limbo. I risultati non sprofondavano del tutto, ma al contempo non permettevano nemmeno alla piazza biancoceleste di dormire sonni tranquilli. Ogni pareggio, al tempo stesso, alimentava quell’illusione secondo cui sarebbe bastato poco per invertire quella spirale di delusioni casalinghe (come ad esempio un dettaglio tattico, un momento di maggiore lucidità) ma, tuttavia, si trattava di un "poco" che continuava ad essere insufficiente. Ciò che l'ambiente biancoceleste viveva in quei mesi fra le proprie mura amiche era dunque una sorta di stasi emotiva, una ripetizione di episodi che, anziché tranquillizzare, finivano invece per turbare i propri animi. Allo stesso tempo, al pari dei personaggi di Kassovitz, anche squadra e tifosi biancocelesti sembravano muoversi all’interno di un ciclo che risultava chiuso, dove ogni punto conquistato costituiva più una base da cui ripartire piuttosto che un traguardo vero e proprio.
La tensione, come nel film, non esplodeva mai completamente, ma si annidava in ogni passaggio sbagliato dai giocatori di Baroni, in ogni gol subito da Mandas o Provedel, in ogni silenzio dello stadio Olimpico, sempre più simile a una sala d’attesa che ad un fattore positivo per le sorti dei biancocelesti. Il finale de "L’odio" è scandito da una brutale caduta che arriva improvvisamente dopo novanta minuti di apparente equilibrio. Ma è proprio in quell’istante che il tempo si dissolve completamente, con la conseguenza principale di veder infranto il proprio presente e con esso ogni possibilità di redenzione. E per la Lazio? Il rischio percepito in quei mesi era che il mantra "fino a qui tutto bene" continuasse a mascherare una "crisi" che si poteva sì captare, ma che ancora non faceva sentire le sue conseguenze dirette. La classifica di Serie A, in tal senso, non aspettava il club biancoceleste, con l'Europa che rischiava seriamente di allontanarsi anche per merito delle proprie concorrenti, dove ogni pareggio suonava più come un conto alla rovescia piuttosto che un risultato utile. E allora, come nel film di Kassovitz, anche per la Lazio, in quei mesi in cui si accumulavano pareggi su pareggi in casa propria, sembrava restare solo una domanda sospesa: quanto mancava davvero all’atterraggio?
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