Le parole del portiere biancoceleste in un'intervista rilasciata al quotidiano Tuttosport: il suo pensiero sulla prova contro l'Atalanta

- Roma

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Edoardo Motta ha rilasciato un'intervista ai taccuini del quotidiano Tuttosport, nel corso della quale ha parlato del suo momento che sta vivendo con la maglia della Lazio nonchè della sua fantastica prestazione offerta nel ritorno della semifinale di Coppa Italia contro l'Atalanta. Di seguito l'intervista completa:

Atalanta BC v SS Lazio - Coppa Italia

Buongiorno Edoardo, dunque: sei nato il 13/1/2005, sei un capricorno. Mai letto l’oroscopo?

"No, non lo leggo mai. So solo che il capricorno è un po’ testardo".

Allora ti dico io cosa diceva il tuo oroscopo per la notte magica vissuta a Bergamo contro Atalanta: «Giornata di alto stress: evitare di caricarsi tutto sulle spalle ». Qualcosina sulle spalle te lo sei caricata comunque…

"Beh… E, in effetti un pochino di stress l’ho vissuto (sorride)".

Però non traspare mai! Sei bravo a celarlo.

"Vede, io vivo tutto serenamente. Sapevo bene che fosse una partita importante, un vero e proprio spartiacque per la nostra stagione, ma dentro di me ero estremamente tranquillo".

Un mio grande amico, Marco Tardelli, mi raccontava sempre come fosse difficile, per lui, prendere sonno prima di una partita importante. Tu hai dormito alla vigilia della semifinale?

"Benissimo. Anzi , anche nel pomeriggio ero riuscito a rilassarmi per qualche ora. Il mio problema è tentare di dormire dopo una partita! L’adrenalina è sempre troppo forte".

Hai mai sognato di vivere una notte come quella che hai vissuto contro l’Atalanta?

"Sì! Da bambino sognavo spesso di parare un rigore. Era sempre un sogno bellissimo".

Proviamo a tornare a quei momenti. Erano istanti che potevano valere una svolta nella tua carriera. Che sentimento prevaleva in te?

"La serenità. Le potrà sembrare strano, ma io avevo dentro di me una calma assoluta. Questa è la mia forza".

Ne ha parati quattro: un record…

"Non l’ho ancora del tutto realizzato. Quando ho parato il tiro di De Ketelaere ero talmente concentrato che non avevo capito che era stata la parata decisiva, quella che chiudeva il match!".

In diretta tv hai detto che era meglio non svelare il segreto delle tue parate vincenti. Sono passati un po’ di giorni: a me lo sveli?

"Avevo studiato con i preparatori tutti i particolari dei possibili rigoristi nerazzurri. Era nascosto tutto in un bigliettino, che avevo messo dentro la borraccia che porto sempre con me. L’ho nascosto in un asciugamano perché non volevo che qualcuno lo vedesse. Adesso me lo tengo sul comodino come ricordo".

Cosa ti rimane di quella notte?

"Penso agli errori che ho fatto. A quello che ci poteva costare la finale, il gol che poi è stato annullato, ma sarebbe stato decisivo per l’eliminazione".

Ma come? Pari 4 rigori e pensi agli errori?

"E’ più forte di me, io sono così, lavoro sempre per migliorarmi".

Gigi Buffon ti ha inviato un messaggio dove dice che la parata più difficile l’hai fatta su Scamacca, prima che si arrivasse ai rigori: concordi?

"Ho una stima immensa per Buffon, lo vedevo giocare da bambino, quando mi allenavo a Vinovo, e cercavo di carpirgli qualche segreto. Sono felice che fenomeni come Gigi o leggende viventi come Dino Zoff mi seguano e analizzino le mie parate. È una responsabilità enorme, ma anche motivo di orgoglio".

Sarri cosa ti ha detto?

"Nulla. Ho fatto solo il mio lavoro in fondo".

Beh, a me ha detto che non devo esaltarti troppo, perché devi stare con i piedi per terra.

"Ha fatto bene. Concordo. Ma credo di non correre questo rischio".

E il Presidente invece?

"Mi ha abbracciato e mi ha detto una frase molto importante: sono felice, non per le tue prodezze, ma per la persona che sei".

A chi hai pensato nel momento che hai realizzato che avevi portato la Lazio in finale?

"A mio padre Giacomo e a mia madre Sabrina. Mio padre fa il meccanico e con mamma hanno fatto tanti sacrifi ci per sostenere il mio sogno. Poterli ripagare è la più grande soddisfazione".

Quando da piccolo giocavi con i tuoi compagni di scuola perché finivi in porta? Perché eri scarso con i piedi?

"No. Ho scelto io di fare il portiere. A casa mia non avevamo un giardino e si giocava spesso sulla ghiaia. Anche se mi facevo spesso male, tuffandomi, non mi importava nulla: volevo fare il portiere e basta, fin da subito".

Chi è stato il primo a credere in te?

"Il preparatore dei portieri dell’Alessandria Under 17. Me lo disse convinto".

Mai vissuti attimi di difficoltà?

"Si. Non tutto è così facile. Ma sentire mio padre e mia madre sempre vicini mi ha aiutato molto. Poi se si è equilibrati, i momenti difficili si superano".

Un giornalista chiese ad uno dei più grandi intellettuali della storia del Novecento, Jorge Luis Borges, se da bambino avrebbe voluto diventare “celebre” o “essere amato”. Lui rispose, senza esitare: «Essere amato, perché la celebrità appartiene alla sfera delle illusioni della vita». Tu cosa risponderesti alla stessa domanda?

"Che aveva ragione Borges. Il successo nasconde molte insidie ed io non pensavo che avrei mai vissuto un momento come questo, ma penso di sapere come gestirlo".

Federico Fellini, invece, disse che quando andò per la prima volta al circo fu come l’Annunciazione: «I clown mi hanno chiamato ad una vocazione a cui non potevo dire di no». Anche tu hai avuto il tuo clown che ti ha chiamato alla vocazione di portiere?

"Si: Petr Cech, il portiere del Chelsea. Lo trovavo iconico per via del caschetto di protezione che portava in testa. Mi affascinava il suo modo di essere. Certamente, in Italia, lo è stato Gigi Buffon".

Credi in Dio?

"No. Credo solo nel mio lavoro. La mia fede è tutta lì".

Passiamo dal sacro al profano: che rapporto hai con le ragazze?

(sorride) "Al momento non sono fidanzato perché adesso vivo per il lavoro e se mai dovesse essere non sarebbe certamente un’influencer, ma una ragazza delle nostre parti".

Ma almeno ti sei mai innamorato?

"Si, alle elementari. Si chiamava Martina, ma non l’ho più vista".

Torniamo al calcio: primi tre portieri italiani di oggi?

"Donnarumma, Carnesecchi, Vicario".

Di sempre?

"Buffon, Zoff, Zenga".

Attaccanti italiani di oggi?

"Kean, Immobile, Scamacca".

Il più forte giocatore che hai visto in Italia?

"Yildiz: fa tremare, è un talento puro".

Messi o Ronaldo?

"Messi perché fa prevalere il talento sul lavoro: non è costruito come Ronaldo".

Se ti dico Maradona?

"Diego è inarrivabile".

Buffon ti ha detto che devi continuare a sognare. Oggi qual è il tuo sogno?

"Continuare a lavorare con la stessa intensità che sto mettendo in campo".

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