Le parole dell'ex manager di Siemens, nonché figlio del noto politico Giulio, sulla contestazione contro Lotito da parte dei tifosi biancocelesti
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Intervenuto ai taccuini de Il Tempo, Stefano Andreotti ha condiviso una lettera in merito alla contestazione contro Lotito da parte dei tifosi biancocelesti. Queste le sue parole:
"Caro Direttore,
qualche mese fa ti raccontavo di un derby che, per la prima volta in sessant'anni di abbonamento, ho scelto di non vedere. Io, mio figlio e il mio nipotino con la sua tessera da Aquilotto. Oggi mi chiedono in tanti se, con la Lazio che vince, ho cambiato idea. La risposta è no.
Sia chiaro: come risultato sportivo la Lazio sta dando qualcosa di inaspettato. Gattuso ha preso una squadra che sembrava destinata a un ridimensionamento e l'ha rimessa in piedi. Ne sono felice, come potrei non esserlo? Ma questo non incide sui motivi che sono alla base della protesta. Per me non cambia nulla. Sono il primo ad augurarmi che la Lazio vada bene, ma questo non c'entra niente con la protesta di noi tifosi. Sono due piani diversi, e chi prova a sovrapporli non ha capito, o finge di non capire, cosa sta succedendo.
E chi pensa che sia una faccenda di pochi si sbaglia. Non è una cosa circoscritta al tifo organizzato, che pure ha un ruolo importante e lo ha svolto con serietà. Tutti i tifosi hanno aderito senza alcun tipo di costrizione. Nessuno ha trascinato nessuno. Me ne accorgo tra gli amici, tra le persone che frequento, in famiglia: l'adesione è generale. Abbiamo deciso di fare questo perché siamo molto stanchi. Stanchi dei toni, stanchi dello scontro permanente, stanchi di sentirci trattati come un problema anziché come una risorsa.
Poi ci sono le inchieste di questi giorni, e il rumore che si portano dietro. Adesso anche chi non si è mai occupato di calcio ha iniziato a farlo. Leggo firme che fino a ieri non avevano mai scritto una riga sulla Lazio e oggi pretendono di spiegarla, senza conoscerne la storia né le dinamiche interne. Non entro nel merito della giustizia, non è il mio campo e rispetto il lavoro di chi indaga. Ma lo dico con franchezza: credo che sia una cosa molto strana. Non riesco a capacitarmi di dove possa esserci qualcosa di penalmente rilevante. Dietro tutto questo non credo ci sia niente, eccezione fatta per il malcontento. Un malcontento vero, profondo, diffuso. Quello che vedo io ogni giorno, da laziale tra i laziali.
Ho 74 anni. Le prime partite le ricordo intorno al '57-'58. Da allora in casa ne avrò saltata una ogni dieci anni. Ho visto la Lazio in Serie B, l'ho vista vincere lo scudetto, l'ho vista rinascere più volte. Mio figlio l'ho cresciuto così, e così speravo di crescere mio nipote. Non ho mai pensato che un giorno avrei scelto di starne lontano. E invece è successo. Se uno come me arriva a questo, non è per capriccio. È perché qualcosa si è rotto davvero.
Il Paradosso di oggi è proprio qui. La squadra ci sta regalando la stagione che nessuno si aspettava, e la frattura con la società resta intatta. Anzi, è la prova più chiara che il problema non è mai stato il campo. Non chiedevamo di diventare il Paris Saint-Germain. Chiedevamo una visione, una posizione dignitosa, un ritorno stabile in Europa. E soprattutto chiedevamo rispetto. Il campo, per una volta, sta facendo la sua parte. Tutto il resto no. Non basta vincere la domenica per ricucire un rapporto.
Al presidente direi quello che dicevo allora: si renda conto che la frattura ha raggiunto dimensioni difficilmente sanabili. Il calcio è cambiato, le conduzioni familiari sono ormai un'eccezione e servono capitali che una sola persona difficilmente può sostenere. Ma prima ancora dei capitali, serve la forma. E la forma, in questi mesi, è mancata troppo spesso.
Io aspetto. Con pazienza, come ho sempre fatto. Il giorno in cui potrò riportare mio nipote all'Olimpico, con la sua tessera da Aquilotto e senza sentirmi in contraddizione con me stesso, sarà il giorno più bello di questa lunga storia".
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