Ernesto Calisti, doppio ex della sfida tra Lazio e Verona, è stato intervistato dall'edizione odierna de Il Cuoio sul Corriere dello Sport. Di seguito le sue dichiarazioni:
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Lazio, Calisti: “Io abbonato in Tevere. Arbitri? Quello che sto vedendo è assurdo”
"Lazio e Verona rappresentano due squadre molto importanti per me. La Lazio è la mia vita, è amore, passione, sentimento, la squadra del mio cuore, che mi ha dato la possibilità di affacciarmi al grande calcio e della quale sono da sempre tifoso; al Verona ho passato tanti anni felici, con un gruppo eccezionale, e ho avuto modo di apprezzare la città e le persone. Ci sono tanti amici che ancora oggi ritrovo con piacere. La Lazio è la squadra del cuore che ha accompagnato tutta la mia vita. Ancora oggi la seguo tutte le domeniche. Io e mia moglie siamo abbonati in Tribuna Tevere. Credo che insieme a Radu io sia l’unico ex giocatore che è abbonato allo stadio. E lo faccio da decenni".
Cosa ricorda dei suoi inizi alla Lazio?
"Sono entrato a nove anni, nel 1974. C’era un provino che la società organizzò vicino casa mia a Tor Sapienza e io mi presentai insieme a un mio amico. I miei genitori non sapevano nulla. Dopo tre test mi presero. Quando lo dissi a mio padre, non stette nella pelle. E il bello è che non ne sapeva nulla".
Il settore giovanile e l’esordio in prima squadra...
"Ho fatto tutta la trafila. Ho saltato solo la squadra Berretti perché mi mandarono direttamente in Primavera. Poi il Viareggio, gli allenamenti in prima squadra e il prestito alla Cavese. La Lazio decise di mandarmi a fare le ossa in Serie B per una stagione, prima di tornare nella Capitale".
La prima gara giocata in prima squadra?
"L’esordio in campionato arrivò con Juan Carlos Lorenzo ad Ascoli. Marcai Cantarutti, un attaccante forte e spigoloso. Ma il vero battesimo di fuoco arrivò la settimana dopo, quando affrontammo il Napoli all’Olimpico".
Seconda partita in Serie A, esordio all’Olimpico e marcatura su Maradona...
"Lorenzo mi disse: 'Entri e marchi Maradona'. Lui dava del lei a tutti: io entrai senza paura. Forse il fatto di avere diciannove anni mi agevolò: probabilmente se avessi dovuto marcare Diego a 27-28 anni avrei avuto più paura. Invece giocai con l’incoscienza di un giovane che si affacciava in Serie A. Andò bene e fu la mia fortuna. Ricordo che anche Maradona si complimentò con me. Un campione eccezionale, che al termine di quella gara pensò a un giovane esordiente che lo aveva marcato. Anche da questo si capisce la grandezza di un personaggio unico".
In quel momento iniziò la sua avventura in prima squadra?
"Quello fu un anno disgraziato per la Lazio, che retrocesse in B, ma molto positivo per me: giocai 25 gare, fui promosso titolare, venni convocato e giocai tutte le gare di qualificazione agli Europei Under 21 con la Nazionale. Era la squadra di Mancini, Vialli, De Napoli, Matteoli, Zenga, Donadoni, Cravero, Baldieri. Durante l’estate poi venni contattato da diversi club...".
Chi si affacciò?
"La Roma, la Juve e soprattutto il Torino di Luciano Moggi. Mi venne offerta una cifra da capogiro, dieci volte più grande di quella che prendevo alla Lazio. Ma rifiutai. Non volli lasciare la Lazio: per me, romano, laziale, era il top. Rimasi in B con i biancocelesti, piuttosto che andare al Torino, che in quegli anni si giocava lo scudetto".
Poco dopo arrivò l’infortunio...
"Ero reduce da due buone stagioni, giocavo in Under 21, ero titolare nella Lazio. Ma poi mi sono infortunato seriamente: stetti fuori un anno intero, quando stavo per rientrare ebbi un altro problema che ritardò il mio ritorno in campo. Era l’anno della penalizzazione di 9 punti, ero pronto per aiutare i compagni e il tecnico Fascetti, ma non sono riuscito a rimettermi gli scarpini. Il giorno di Lazio-Vicenza ero allo stadio, al fianco dei miei compagni, ma con le stampelle. Stessa cosa anche per gli spareggi di Napoli".
Parliamo di allenatori. Su Juan Carlos Lorenzo si è detto tutto o c’è ancora qualche aneddoto?
"Un personaggio unico, ci si potrebbe scrivere un libro. A Genova fece cambiare la maglia al nostro portiere Orsi perché era rossa ed era convinto che gli attaccanti della Sampdoria lo individuassero subito e trovassero immediatamente la porta. Quel giorno alla fine del primo tempo, che perdevamo 2-0, gli fece togliere la maglia e lo costrinse ad indossare una divisa verde, che si mimetizzava con il campo: pareggiammo 2-2. E io segnai il primo gol. La mia prima rete in Serie A".
Simoni e Fascetti?
"Due signori, due grandi tecnici. Simoni mi ha sempre fatto giocare, con Fascetti purtroppo non sono riuscito a scendere in campo per via dell’infortunio. Ci siamo rifatti al Verona. Anche lì prese in mano una situazione difficile, nel bel mezzo di una crisi societaria e ci ha riportati in Serie A. Arrivammo secondi alle spalle del Foggia di Zeman, Signori, Baiano e Rambaudi".
Bagnoli?
"Un grande allenatore che mi ha dato tanto. L’ho avuto al Verona dopo l’esperienza alla Fiorentina. La Lazio decise di non puntare più su di me, probabilmente perché pensava che non sarei tornato dopo l’infortunio. A Firenze invece, con Eriksson, tornai in campo. Due stagioni e il passaggio al Verona. Anni belli e intensi. Prima con Bagnoli, poi con Fascetti. Venne esonerato quando avevamo due punti di vantaggio sulla zona retrocessione e venne sostituito da Liedholm, che era a fine carriera e purtroppo non riuscì a salvarci. Quando Fascetti tornò, la stagione successiva, fece un capolavoro".
Oggi che si aspetta da Lazio e Verona?
"Vivono entrambe un momento difficile. Il Verona deve salvarsi, la Lazio riprendersi. Soprattutto dopo quello che le hanno fatto gli arbitri".
Lei si è mai trovato a vivere una situazione simile?
"Mai. Ai miei tempi c’erano Agnolin, Casarin, arbitri veri. Oggi non solo sono scarsi, ma anche presuntuosi. Quello che sto vedendo nei confronti della Lazio è assurdo".
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