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Formello, aria calda. Sarri cammina, osserva, ragiona. Ha un pensiero fisso in testa: arrivare all'Atalanta con una squadra che sia ancora una squadra. Il Torino è in mezzo. E qualcuno potrebbe leggere quel match come un ostacolo. Non la vede così. La vede come un test, un modo per capire dove sono questi ragazzi, fisicamente e soprattutto mentalmente. Perché il punto vero non è la condizione delle gambe. È quella della testa.
Detto questo, qualcosa cambierà nell'undici. Non per sperimentare, ma per non spremerla troppo. Chi ha girato di più si ferma un po'. Chi è in dubbio non si rischia. È elementare, in teoria. Nella pratica, con la classifica che dice quello che dice, non è sempre facile tenere la barra dritta. Sarri, però, ci tiene.
Il capitolo rientri è delicato. L'idea non è buttarli dentro adesso, a mezzo servizio, solo per averli disponibili. L'idea è aspettare ancora qualche giorno e presentarsi alla semifinale con gente vera, non rattoppata. Perché certe partite le perdi anche così, con un giocatore che non è pronto e che in campo si vede.
Poi c'è quello che è rimasto di Torino. Al di là del risultato, la Lazio una cosa l'aveva mostrata: voleva giocare. Ci aveva provato, aveva alzato la testa, aveva avuto perfino un po' di sfacciataggine. Roba che non si vedeva da un po'. E Sarri è ripartito da lì. Perché contro l'Atalanta, stare a guardare, aspettare, contenerla — non basterà. Servirà altro. Servirà una Lazio che abbia voglia di vincerla, quella partita. Non solo di non perderla.
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