Luciano Zauri, ex calciatore della Lazio, è stato intervistato da Il Cuoio in quanto doppio ex della gara tra biancocelesti e l'Atalanta, in programma questa sera. Di seguito le sue dichiarazioni:
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Zauri: “L’arrivo alla Lazio, la Coppa Italia e Lotito: vi racconto”
Partiamo dall’esperienza a Bergamo.
"Anni belli, all’inizio spensierati. Poi, arrivando tra i grandi, le responsabilità sono aumentate. L’Atalanta è stata determinante per la mia carriera. Sono arrivato a Bergamo da bambino: mi sono trasferito lì e dopo due anni sono arrivati anche i miei genitori. Ho visto cosa vuol dire creare un progetto serio basato sui giovani. Mi hanno permesso di diventare calciatore e di togliermi diverse soddisfazioni".
Quali?
"L’esordio in Serie A, il grande pubblico, e la convocazione in Nazionale. Trapattoni mi chiamò durante la mia avventura a Bergamo: fu un sogno. Anche se, purtroppo, l’ultima stagione fu complicata e la squadra non andò bene".
Nel 2003 arriva la Lazio.
"Sono arrivato alla fine del ciclo di Cragnotti, era la Lazio di Cinquini, Baraldi e di Roberto Mancini in panchina. L’inizio fu tosto, ma esaltante. Giocammo la Champions League, vincemmo la Coppa Italia. Poi ci fu il cambio di società e la stagione successiva, dopo un’estate turbolenta e l’arrivo di Lotito, ci salvammo all’ultima giornata".
Nella Lazio ha giocato ovunque: qual era il suo ruolo preferito?
"Ho giocato terzino sinistro, terzino destro, difensore centrale. Poi anche mediano, centrocampista di fascia, esterno d'attacco. Ti faccio un esempio: sono stato preso dalla Lazio a pochi giorni dal preliminare di Champions League con il Benfica, dopo due allenamenti come terzino, ruolo che ricoprivo a Bergamo, entrai in ballottaggio con Mendieta per una maglia da titolare. E alla fine giocai a centrocampo quella gara, poi sono tornato dietro. Mi sono sempre adattato a giocare in più ruoli: ma la cosa bella è che in pochi giorni sono passato da una squadra che era retrocessa, ai 70mila dell'Olimpico per un preliminare di Champions League".
La prima stagione fu caratterizzata da tanti problemi societari, eppure in campo i risultati arrivarono.
"Vincemmo la Coppa Italia, che è stato il mio primo e unico trofeo in carriera. Di quell'anno ricordo solo le cose belle, per me era un sogno essere a Roma e giocare in una squadra così. Diciamo che i problemi furono affrontati principalmente dai leader dello spogliatoio. Ricordo riunioni interne, discussioni che fortunatamente non mi hanno coinvolto. Ricordo con piacere quella stagione e quella Coppa Italia, ogni tanto riguardo i tabellini di quella partita: la Juve era una grande squadra, ma la nostra era una Lazio forte, c'erano Stam, Oddo, Fiore, Cesar, Albertini, Claudio Lopez. Vincemmo la gara d'andata all'Olimpico 2-0, poi al ritorno ci complicammo la vita, ma alla fine arrivò il colpo di testa di Corradi che ci riportò avanti. Per me quella vittoria, per le difficoltà che c'erano e per come è arrivata, vale come la vittoria di una Champions League".
L'estate del 2004 cambia tutto: come avete saputo dell'arrivo di Lotito e del cambio di società?
"Eravamo in Giappone, per una tournée che era stata organizzata tempo prima: la nostra rosa era formata da una decina di giocatori di prima squadra e tutti Primavera. C'era una grande attesa, non si capiva nulla. Eravamo dall'altra parte del mondo e non c'erano notizie. Eravamo nel 2004, non esisteva Whatsapp o gli smartphone che ti davano news. Facevamo fatica a capire la realtà. Tornammo a Formello e trovammo Lotito che si presentò a noi. Fu molto diretto, ma ci tranquillizzò: fu un approccio soft e ci disse che avrebbe risolto la situazione. Poi il mercato, l'ultimo giorno con i nuovi acquisti e la lenta risalita".
Parliamo di allenatori. Cominciamo dall'Atalanta.
"I tre anni con Prandelli nel settore giovanile furono indimenticabili e lo ritrovai anche alla Fiorentina. Mondonico è stato quello che mi ha portato in prima squadra, un tecnico preparato, con le sue convinzioni. Il giorno della partita voleva che i calciatori fossero sempre concentrati: non ci faceva neanche scendere per la colazione, pretendeva che venisse servita in camera. Era uno stratega, che viveva il calcio in una certa maniera. Per lui la squadra era sacra. Vavassori veniva dalla Primavera e conosceva molti di noi, fu lui a lanciarmi tra i titolari. Poi ci fu Baldini, che ho avuto al Chievo: una persona fantastica".
E Mancini?
"Era agli inizi della sua avventura. Un tecnico di grandissima personalità e con la mentalità vincente: ha cercato di inculcarsela sin dal primo giorno. Poi ho avuto anche Delio Rossi, un allenatore che ha scritto pagine di storia della Lazio; Reja, un grande uomo, che mi ha insegnato tanto; e Petkovic che aveva un forte carisma. A Genova trovai anche Delneri, ero incuriosito dai suoi metodi, visto che al Chievo aveva fatto la storia. E devo dire che è un altro allenatore in grado di insegnare calcio: tecnici dai quali ho cercato di prendere qualcosa".
Se dovesse riassumere in poche parole la sua esperienza alla Lazio?
"Lo faccio con una semplice immagine: io che indosso la fascia di capitano. Essere capitano di una squadra è una grande responsabilità, e io venni scelto in un gruppo dove c'erano giocatori di spessore come Peruzzi. Per me fu una soddisfazione e un grande orgoglio".
Che cosa si aspetta dal doppio confronto tra Lazio e Atalanta?
"In campionato l'Atalanta sta facendo meglio anche per il suo elevato tasso tecnico. La Lazio non ha vissuto un anno facile e credo si capisca che tutto l'ambiente non sia sereno. Ma in un doppio confronto può accadere di tutto e i valori si azzerano. Mi aspetto una gara equilibrata: direi cinquanta e cinquanta. Nei 180' possono accadere tante cose".
Un giudizio su Sarri e Palladino?
"Sarri è un mostro sacro ed è fonte di ispirazione. Palladino sta facendo un grande percorso di crescita: ha risollevato l'Atalanta e i risultati parlano da soli".
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