cittaceleste news Manfredonia: “Lazio il mio sogno da bambino. Sarri sta facendo bene”

news

Manfredonia: “Lazio il mio sogno da bambino. Sarri sta facendo bene”

Lionello Manfredonia
Le parole di Lionello Manfredonia, doppio ex della partita tra bianconeri e biancocelesti, a ripercorrere la propria carriera e non solo
Stefania Palminteri Redattore 

È intervenuto sulle colonne del Cuoio, inserto del Corriere dello Sport, Lionello Manfredonia, doppio ex in vista della gara tra Juventus e Lazio. Queste le sue parole: “La Lazio ha rappresentato la mia infanzia: il sogno da bambino. Il club che vedevo come un punto di arrivo e nel quale speravo di arrivare. Alla Juve ho passato due anni fantastici: ho vinto uno scudetto e una Coppa Intercontinentale, provando emozioni indimenticabili. Sono state due esperienze diverse: due club e due società imparagonabili per blasone e per quello che rappresentavano in quel momento. Chiaramente la Lazio è stata una tappa fondamentale. esordio in Serie A, l'arrivo in Nazionale, a 21 anni allo Stadio Olimpico contro il Lussemburgo, il sogno di un ragazzino che si avverava. La Juve mi ha fatto vincere e regalato delle belle soddisfazioni personali”.

Come è arrivato alla Lazio? Cosa ricorda dei primi anni?

La Lazio ha rappresentato il coronamento di tutti i miei sogni da bambino. lo giocavo al Don Orione a Monte Mario, vedevo l'Olimpico e insieme ai miei compagni fantasticavo su cosa rappresentasse e speravo di entrarci come calciatore, vestendo la

maglia biancoceleste. Ho lavorato tanto per far sì che quel sogno diventasse realtà”.

Era una Lazio che puntava molto sul settore giovanile.

Sono entrato alla Lazio giovanissimo e sono stato allenato da maestri come Guenza, Carosi e Clagluna. Eravamo un gran gruppo: c'ero io, Bruno Giordano, Andrea Agostinelli, Stefano Di Chiara, Apuzzo, tutta gente che poi ha giocato in Serie A ad alti livelli. Abbiamo vinto tanti tornei, prima di conquistare anche lo scudetto Primavera. Erano anni in cui il settore giovanile era molto curato e sforava tanti giocatori. Oggi mancano dei maestri che riescano a seguire i ragazzi in questi percorsi di crescita”.

L’esordio in Serie A?

Indimenticabile: novembre del 1975, contro il Bologna. Fu una grande emozione, il coronamento di un sogno. Soprattutto perché io e altri ragazzi come Bruno siamo riusciti a farci largo in una squadra fortissima, in un gruppo che un anno prima aveva vinto lo scudetto. Mica era facile”.

Con la Lazio ha giocato dieci stagioni: alcune esaltanti, altre un po’ meno, ha la sensazione che si potesse fare meglio, o non si poteva fare di più?

Soprattutto all'inizio c'era un gruppo forte, con tutti i big dello scudetto, che venivano supportati da noi giovani, che avevamo entusiasmo e voglia. Successero tante cose, che portarono a sfaldare quel gruppo storico: la morte di Maestrelli fu un colpo durissimo, come quella di Luciano Re Cecconi. Poi anche l'omicidio di Vincenzo Paparelli. Diciamo che in quegli anni si poteva fare un po' di più, ma alla fine gli obiettivi di squadra sono stati raggiunti. E alcuni anni, penso al campionato con Vinicio soprattutto, ci siamo anche tolti delle belle soddisfazioni”.

Domanda che le avranno fatto tante volte: come e stato possibile bile che la Lazio di Manfredonia, Giordano, D'Amico, Laudrup, Batista, sia retrocessa in B a dicembre?

Sono successe tante cose quell'anno: problemi societari, cambio dell'allenatore, alcuni episodi sfortunati. Eravamo sempre convinti che dalla partita dopo ci saremmo ripresi, perché eravamo una squadra con tanti buoni giocatori. Ma non ripartivamo mai. E il ko con l'Udinese fu la goccia che fece traboccare il vaso”.

Parliamo di allenatori?

Clagluna fece un gran lavoro l'anno della promozione. Carosi, che avevo avuto anche nelle giovanili, fu bravissimo a gestire una situazione complicata e a creare un gruppo. Con Vinicio abbiamo fatto un gran campionato e giocammo un bel calcio. Lorenzo invece era un personaggio unico: aveva le sue fissazioni, era scaramantico ai limiti dell'impossibile. E non riuscì a creare un feeling con la squadra”.

Se dovesse raccontare Lionello Manfredonia a chi non lo ha visto giocare, come si descriverebbe?

Come un giocatore eclettico, che aveva piedi buoni e che sapeva giocare sia davanti alla difesa, sia come difensore centrale. Vinicio mi cambiò ruolo e insieme facemmo bene. Ma a me piaceva giocare sia centrale difensivo sia centrocampista. L’essere eclettico è stato un gran vantaggio per me”.

Nell'estate del 1985 lasciò la Lazio per la Juventus.

Dieci anni importanti, in cui avevo dato tutto. Forse per il bene della mia carriera avrei dovuto provare un esperienza lontano da Roma e dalla Lazio prima. Ma ho sempre preferito attendere e restare in biancoceleste. Poi, dopo la retrocessione, ci fu la possibilità di andare alla Juve ed è stata molto importante per me. Andai a Torino a 28 anni e sono stati due anni intensi, dove facemmo bene. Ho vinto uno scudetto, una Coppa Intercontinentale, ho giocato con campioni eccezionali”.

Chi erano i suoi compagni di squadra?

Platini, Laudrup, che arrivò a Torino con me dalla Lazio: era un giocatore fortissimo. Come Brio, Tacconi, Cabrini, Scirea: era una grandissima Juve, guidata prima da Trapattoni e poi da Marchesi. Mi sono trovato benissimo, segnai anche sette gol, che per un centrocampista in quegli anni erano tantissimi”.

Poi il ritorno a Roma, ma in giallorosso.

Lo so che ho dato un grande dispiacere ai tifosi della Lazio. Di questa cosa sono ancora dispiaciuto: io volevo ritornare a Roma, dalla mia famiglia, c'è stata questa possibilità. Dal punto di vista professionale era un passo che non potevo non fare. Forse dovevo essere più attento all’aspetto sentimentale, ai pensieri dei tifosi. Ma ero un professionista e ho ragionato da professionista”.

Oggi Lazio e Juventus vivono situazioni diverse.

Sarri ha lavorato in una situazione di grande difficoltà, ma sta facendo bene. La Lazio è ancora lì, vicino al treno europeo. Spalletti invece ha cambiato la Juve. Se fosse arrivato prima forse la stagione sarebbe stata diversa…”.