Inzaghi si racconta: “Si dice che io sia più forte di Pippo, dopo Perugia-Juve mi chiamò. Avrei voluto allenare Chinaglia”

di redazionecittaceleste
I fratelli Simone e Filippo Inzaghi.

ROMA – Simone Inzaghi si è raccontato in una lunga intervista ai microfoni del giornalista di Sky Sport Condò, nel suo programma Mister Condò:

FAMIGLIA – “Io penso che per me e Pippo i nostri genitori siano stati il segreto dei nostri successi da calciatori. Ci hanno seguito passo per passo e sono stati dei grandi punti di riferimento. È capitato di incontrarci e per loro non era facile. Come quando vinsi lo scudetto con la Lazio. Loro sapevano che solo uno sarebbero diventato campione d’Italia. Noi giocavamo sempre in attacco fin da piccoli. Con i nostri amici al parco eravamo sempre davanti. Non ci piaceva difendere. Quando avevo 7 anni e lui 10, non mi facevano giocare, e Pippo imponeva la mia presenza”. 

PIPPO GOL – “Io più forte? È una cosa che ancora si dice. Però per me lui è stato uno dei tre attaccanti italiani più forti d’Europa. Io sono arrivato a 100 gol, lui più di 300, penso ci sia un motivo. Dai 10 ai 15 anni sembrava tutto in discesa per me. Nelle nazionali giovanili Pippo non era convocato come me. Io poi ho avuto più problemi nel salto dalla Primavera alla prima squadra, rispetto a lui. La mia prima esperienza vera fu a Carpi, quando mi distaccai dalla mia famiglia. Fu un’esperienza formativa. Avevo 17 anni. Avevo fatto bene in Primavera e quindi il Piacenza mi fece andare fra i professionisti. De Biasi non mi riteneva pronto”.

LA LAZIO NEL DESTINO – “Mai mi scorderò l’esordio. Il destino volle che fosse contro la Lazio, nel mio stadio, con la squadra con cui sono cresciuto. Segnare al debutto? Una cosa che mi rimarrà dentro per la vita, ricordo il cross di Rastelli e io che anticipai Couto di testa. Con Couto siamo diventati molto amici e lo ricordo con grande piacere. Il destino aveva disegnato questo per me”.

FRATELLI CONTRO – “La prima volta contro Pippo? Ci furono lunghe chiacchierate al telefono prima della partita. Fu una settimana intensa anche per i miei genitori. Ricordo il suo gol, poi una mia azione dove Rampulla mi impedì di segnare il gol del pareggio”.

LA MIA LAZIO – “Alla fine di quella stagione ricordo che c’erano diverse squadre. Parlai con Galliani anche. Poi mi ricordo la chiamata di Mancini, che mi chiese se avessi il piacere di andare a giocare alla Lazio. Aveva appena vinto la Coppa delle Coppe, avevano venduto Vieri e puntarono Anelka, ma non si chiuse. In due giorni mi ritrovai a fare le visite mediche, ed è qui che inizia la mia lunga storia con la Lazio. Arrivavo in una grande città, in una squadra fatta di campioni. Avevo tanto entusiasmo ma sapevo che avrei trovato tanta concorrenza. Nel girone di andata mi sono ritagliato il mio spazio, giocai la Champions. Feci un bellissimo ritiro e la prima partita ufficiale con la Lazio fu nella Supercoppa Europea con il Manchester. Dopo 8 minuti uscii dal campo per un contrasto involontario in cui Stam mi ruppe il naso. Entrò Salas e portammo a casa la Coppa. Tre giorni dopo Eriksson mi fece giocare di nuovo titolare, e feci gol all’esordio nel mio nuovo stadio su calcio di rigore”.

ERIKSSON – “Ho preso tanto da lui. Da tutti ho preso qualcosa. Lui aveva un’ottima gestione del gruppo, coinvolgeva tutti e per me è stato importante. Eravamo una squadra che in campo pensava e ragionava. Abbiamo vinto uno Scudetto in modo meritato e fummo bravissimi a recuperare 9 punti alla Juve. Avevamo una squadra lunga, con giocatori di grande personalità, che si facevano sentire da noi giovani”.

LO SCUDETTO CON LA LAZIO – “Partivamo da -9 dalla Juventus. Nello scontro diretto a Torino prendemmo grande consapevolezza. Mi ricordo il gol di Simeone, l’espulsione di Ferrara. A -3 sapevamo che ci potevamo credere. Loro erano abbastanza sicuri. Avevano il Perugia che era già salvo all’ultima giornata. Poi successe quello che successe. Alla fine della partita con la Reggina eravamo davanti al monitor con Conceicao e Mancini a guardare e a soffrire per la partita di Perugia. Alcuni erano chiusi in bagno, per esempio Almeyda. Calori segnò nei primissimi minuti del secondo tempo. Per questo tutt’oggi i tifosi della Lazio ancora ricordano Calori e fanno cori per lui. Per i miei genitori fu un pomeriggio difficile. Adesso lo raccontano col sorriso, ma all’epoca non fu facile. Io li chiamai subito, e percepivo grande felicità da parte loro. Pippo era molto amareggiato, però avevo vinto lo Scudetto. Mi disse al telefono: ‘Cosa abbiamo combinato?’. Tutte le partite andavano giocate fino alla fine. Nei giorni successivi mi disse comunque che era contento che l’avessi vinto io”.

POKER IN CHAMPIONS LEAGUE “È stata la partita perfetta. Anzi quasi, perché sbagliai un rigore e ne avrei fatti cinque. Nessun italiano è riuscito mai a segnare quattro gol in Coppa Campioni. Me la tengo stretta questa cosa. Potevamo vincere la Champions? Avevamo rammaricato per la partita col Valencia che perdemmo 5-2. Potevamo fare di più, eravamo una squadra fortisssima”.

DEBUTTO NAZIONALE – “Ero in camera con mio fratello. Fu un grandissimo regalo di Dino Zoff. Era il mio sogno fin da bambino, e fu realizzato. Ho anche giocato 11 minuti insieme a lui. Fa impressione, fu una grandissima emozione. Tutto quello che abbiamo fatto da bambini, lo abbiamo portato lì al Delle Alpi. Abbiamo provato anche a duettare, e non era facile. L’Inghilterra era molto solida. Sono ricordi ben presenti nella mia testa. Vincemmo con un gol di Gattuso. Quella partita è il punto più alto raggiunto dalla nostra famiglia a livello calcistico. Fu indimenticabile per tutti”.

I PROBLEMI FISICI “Cominciai ad avere dei problemi fisici che non mi facevano più essere libero come prima. Li avevo fino dai 18 anni. Ma a 20 anni pensavo di averli superati, invece non fu così. Faticavo ad allenarmi, poi subentravano delle strane idee nella gente che non avevo più stimoli alla Lazio. Quando andai alla Samp e all’Atalanta in prestito, fu lo stesso. Dai 26 anni non riuscivo più a giocare. Sono stato quattro anni senza segnare, e quello potevano essere gli anni migliori. Io ho avuto tanti rimpianti per i problemi fisici. So che avrei potuto dare ancora tanto al calcio giocato”.

INZAGHI ALLENATORE – “Avere un vissuto da calciatore ti può aiutare tanto, ma anche gli anni a Coverciano. Ho studiato tanto. Quando smetti pensi di sapere tutto ma non è così. Ci sono tante sfaccettature che non si sanno e che si devono studiare. Ho cercato di apprendere da tutti gli allenatori che ho avuto. Lotito e Tare nel 2010 mi proposero di diventare allenatore nonostante avessi un altro anno di contratto. Tare che era stato mio compagno sapeva che mi sarebbe piaciuto allenare. Quindi mi fecero questa proposta che dopo un paio di ore fu subito accettata”.

GLI INIZI DA ALLENATORE – “Ho cominciato ed era tutto nuovo per me. Mi piaceva studiare, aggiornarmi, vedere gli altri allenatori. Ho avuto la fortuna di fare per sei anni le giovanili, dove ho potuto sbagliare e migliorarmi. Ho anche vinto, in tutte le categorie. Ne ho fatti esordire otto in prima squadra, ma a loro non ho regalato nulla, se lo sono meritati. Loro ricorderanno me come io ricorderò Materazzi, che mi diede fiducia. Strakosha adesso è uno dei migliori portieri in circolazione. Mi soddisfaceva per quello che faceva in allenamento ed era giusto lanciarlo”.

LA CHIAMATA IN PRIMA SQUADRA – “Successe in modo inatteso. C’era Pioli che era un grandissimo allenatore. Era una persona con cui era un piacere parlare di calcio. La Lazio l’anno prima aveva fatto cose straordinarie. Era aprile, e pensavo che la stagione la finisse Stefano. Poi è successo come spesso capita, e io non potevo dire di no. Le prime 7 partite furono 7 finali di Champions per me. Mi giocavo il mio futuro. Volevo rimanere alla Lazio. Credevo di meritarmi la conferma da allenatore della Lazio. In quel periodo c’erano un po’ di problemi con la tifoseria, con l’Empoli, alla mia prima partita c’erano tremila paganti. C’era una grossa frattura fra tifoseria e squadra, e il mio più grande successo è quello di aver riportato l’entusiasmo tra la gente. È bello vedere questa cornice, questo contorno. I ragazzi se lo sono meritati con le prestazioni sul campo”.

LE IDEE – “A me piacciono sia Allegri che Sarri. Sono tra i migliori in circolazione. Ogni allenatore ha le sue idee ma non deve focalizzarsi solo su quelle. Ad esempio con Keita lo scorso anno, decisi di metterlo più vicino all’area e alla porta. Lo stesso Radu, che giocava terzino, per me era meglio come centrale in una difesa a tre, e adesso è uno dei migliori in circolazione. Ogni allenatore deve mettere i giocatori in condizione di farli rendere al meglio”.

LA JUVE SU INZAGHI – “Già nella vittoria della Supercoppa, la squadra ha trovato una grande autostima. Con loro abbiamo fatto due partite perfette. Abbiamo vinto meritatamente. Battere due volte di seguito la Juventus credo sia capitato a pochi. Le voci di un interessamento fanno piacere, ma io sono qui a Roma, nella mia squadra del cuore e spero di rimanerci a lungo”.

CHINAGLIA – “Mi sarebbe piaciuto allenare Chinaglia. Non l’ho conosciuto, ma di lui si parla spesso. Anche con Manzini che l’ha conosciuto. Mi piacerebbe avere un giocatore come lui”.

ESCLUSIONE DAI MONDIALI – “Una grandissima delusione. Anche per Immobile e Parolo che ne hanno risentito nei giorni successivi. Bisogna ripartire e rinascere. Un Mondiale senza Italia non sarà lo stesso”.

LA ROMA – “Ho rispetto per i romanisti. Ho tanti amici della Roma, ma ho sempre la speranza di batterli. Vincere un derby è una grande soddisfazione, è come vincere un trofeo”.

GAIA “Alla fine di questa stagione mi sposerò con Gaia. L’ho conosciuta quando ho iniziato ad allenare. In questa meravigliosa città ho anche i miei figli Tommaso e Lorenzo che sono la mia vita”.

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