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Candreva: nel cuore della Lazio

Cinque mesi per tornare Antonio Candreva, diventare un simbolo della nuova Lazio, ritrovarsi come talento riconosciuto del calcio italiano. In quella corsa sfrenata ad abbracciare i tifosi della Curva Nord, sotto la pioggia battente dello stadio Olimpico, c’era tutta la rabbia di un calciatore che qui è rinato e che…

di redazionecittaceleste

Cinque mesi per tornare Antonio Candreva, diventare un simbolo della nuova Lazio, ritrovarsi come talento riconosciuto del calcio italiano. In quella corsa sfrenata ad abbracciare i tifosi della Curva Nord, sotto la pioggia battente dello stadio Olimpico, c’era tutta la rabbia di un calciatore che qui è rinato e che può ancora recuperare il tempo perduto. Cinque mesi dopo, il fantasista cresciuto a Tor de Cenci è andato a saldare e rinforzare il rapporto con i suoi tifosi, gli stessi che l’avevano accolto con freddezza e diffidenza, rimproverandogli un’antica passione romanista. Era il 7 aprile, vigilia di Pasqua, quando Candreva sbloccò la partita con il Napoli raccogliendo un assist di Rocchi e scaricando un missile rasoterra sotto la pancia di De Sanctis. Un gol che fece esplodere l’Olimpico e lo trascinò sotto la Curva Nord, quasi a prendersi di forza l’abbraccio di quei tifosi che sino ad allora lo avevano solo fischiato. Quella notte, con la benedizione di Reja e di Miroslav Klose, che dal primo giorno in cui l’aveva visto allenarsi a Formello era stato rapito dalle sue doti balistiche, nacque la storia tra Candreva e la Lazio. Era ancora in prestito Antonio, quel gol lo aiutò a sbloccarsi e prendere la rincorsa verso la conferma, nelle ultime giornate animò la speranza di strappare il terzo posto e la qualificazione Champions all’Udinese. Sembrava tarantolato, l’unico in grado di inventare gioco e creare occasioni da gol. Zio Edy non riusciva più a metterlo fuori, gli consegnò un posto da titolare e raccomandò alla società di riscattarlo.

MATURITA’ -Sfumato il giapponese Honda, il ds Tare lo aveva scelto come colpo <i>last minute</i> del mercato di gennaio. Un’occasione da sfruttare, perché le qualità di Candreva erano fuori discussione. Mancava la continuità, il carattere e forse un ruolo, perché in campo aveva girato troppo. La Lazio lo ha riscattato in comproprietà dall’Udinese (via Cesena) per 1,7 milioni di euro. Una miseria considerando le valutazioni di appena tre anni fa, il periodo di transito alla Juventus, le convocazioni e il debutto nella nazionale del ct Lippi. Si era perso, rischiava di smarrirsi. Pensate cosa sarebbe successo a Candreva se non si fosse trasferito ad una manciata di secondi dal gong delle trattative del 31 gennaio. Sarebbe retrocesso con il Cesena, sparendo dalla scena del calcio italiano. Forse è stata proprio la forza della disperazione, aggiunta ai fischi con cui era stato accolto dall’Olimpico, a fargli scattare la molla. E’ risorto. Si è messo a correre con Reja e non si è più fermato. Anche con Petkovic, dai primi giorni di ritiro ad Auronzo di Cadore, è diventato subito uno dei migliori. Con un ruolo chiaro, preciso, che si è disegnato sul campo e che non intende più lasciare. Esterno di fantasia, a destra oppure a sinistra, senza cali di rendimento. Perché se sai giocare a calcio, puoi farlo ovunque.

ROCCHI – Prandelli prima o poi se ne accorgerà. Antonio Candreva è uno dei centrocampisti italiani più forti e l’ha dimostrato anche nella notte dell’Olimpico, perché alle qualità tecniche e a un calcio impressionante, che gli permette di cambiare gioco e sventagliare il pallone a quaranta metri di distanza, unisce una corsa poderosa. Sviluppa un volume di gioco impressionante. E con il Palermo è stato ancora una volta decisivo, realizzando il gol del raddoppio. Dribbling, ha caricato il destro e ha sparato una sassata da venticinque metri sotto l’incrocio dei pali. L’Olimpico è esploso, lui si è tolto la maglia della Lazio ed è andato ad abbracciare i tifosi della Curva Nord, impazzito di gioia. S’è preso anche l’ammonizione di Celi e poi è transitato davanti alla panchina: non poteva non abbracciare Tommaso Rocchi, il capitano, suo grande amico, che lo ha protetto nei momenti più complicati, all’inizio dell’avventura. Si erano conosciuti ai tempi dell’Olimpica nell’estate 2008 a Pechino. Ora Tommy gli sta consegnando il testimone. Sta nascendo un altro grande laziale.

fonte: CdS

S.D-Cittaceleste.it

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