(CDS) - Nell’estate 2012, quando affidò a Petkovic la panchina della Lazio, Lotito sosteneva di aver fallito l’assalto alla Champions perché la squadra biancoceleste non era stata capace di raccogliere punti con le cosiddette piccole del campionato. Verissimo. Ma forse non era l’unica spiegazione. Oggi, dopo un anno e mezzo,…

(CDS) - Nell’estate 2012, quando affidò a Petkovic la panchina della Lazio, Lotito sosteneva di aver fallito l’assalto alla Champions perché la squadra biancoceleste non era stata capace di raccogliere punti con le cosiddette piccole del campionato. Verissimo. Ma forse non era l’unica spiegazione. Oggi, dopo un anno e mezzo, la Lazio naviga all’ottavo posto, è lontanissima dalla zona Champions, vince molto spesso all’Olimpico, quasi sempre con le piccole, ma perde con regolarità in trasferta e non si ricordano imprese con le grandi, a parte il derby d’andata della passata stagione, l’exploit in Coppa Italia con la Juventus e il successo a San Siro con l’Inter di Stramaccioni: il campionato stava finendo e si trattava della peggiore squadra di Moratti degli ultimi otto o nove anni. Petkovic a Marassi, sfidando Mihajlovic, totalizzerà la settantacinquesima presenza sulla panchina della Lazio, di cui cinquantuno in serie A. Lotito gli chiede la svolta, di alzare il ritmo e scalare la classifica, ritrovando continuità di rendimento. Deve tornare a vincere: è il periodo più delicato da quando lavora a Formello.

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DIFFERENZA – L’analisi dei numeri racconta di un’altalena che dura da troppi mesi. E suggerisce anche spiegazioni differenti. C’è più di un dato sorprendente, mettendo le prime 17 partite ufficiali del 2013/14 accanto ai risultati della passata stagione. Su 18 gare in Europa League, la Lazio di Petkovic ne ha persa soltanto una, ne ha vinte 10 e ne ha pareggiate 7. Cambiano totalmente i numeri in campionato: 22 vittorie e ben 17 sconfitte in 50 gare di serie A. Pareggia poco la Lazio. E vince ancora meno in trasferta, dove emergono con maggiore chiarezza le fragilità e gli errori nella fase difensiva. Come si spiega tanta differenza? Sarebbe semplice la risposta. L’Europa League è meno competitiva rispetto alla serie A. A parte il Tottenham (due pareggi per 0-0 nella passata edizione), la Lazio non ha incontrato avversari evoluti dal punto di vista tattico. Questo tipo di analisi suggerisce un altro spunto, di natura tecnica. Se il livello sale, il calcio richiesto da Petkovic produce meno risultati. Nel massimo campionato svizzero (Super League) il tecnico bosniaco ha vinto molte partite (ben 62 su 107) e ne ha perse 27, più di quelle pareggiate (18). Il suo Young Boys divertiva, ma è arrivato solo ad un soffio dallo scudetto, perso in volata con il Basilea. E in Europa League seguiva lo stesso andamento altalenante di oggi: 7 vittorie, 6 sconfitte, 1 pareggio in 14 gare sulla panchina del club di Berna. Altre cifre balzano agli occhi e dipingono un equilibrio precario, sempre sul filo tra vittoria e sconfitta: in 50 partite di serie A la Lazio ha realizzato 67 gol (poco più di uno ogni 90 minuti) e ne ha incassati 58 (almeno uno a partita di media). Nel lungo periodo certi numeri devono far riflettere: la squadra di Reja era meno divertente, in casa fativava a costruire gioco e segnare tanti gol, ma in trasferta spesso vinceva. L’operazione salvezza nel 2010 venne condotta con cinque colpi fuori casa in 15 giornate, si contarono 7 vittorie esterne nel 2010/11 e ben 8 nel 2011/12 prima dell’addio.

ATTEGGIAMENTO – Nell’estate 2012, dopo alcuni rovesci nelle amichevoli estive, Petkovic fece un passo verso la squadra ereditata da Reja. Rinunciò a esasperare il suo calcio, si accontentò di proteggere la difesa e di attaccare con il 4-5-1: 39 punti nel girone d’andata (record), sfruttando i gol di Hernanes e Klose, la spinta di Candreva e Lulic, gli inserimenti di Mauri. Ledesma giocava da terzo stopper, davanti alla difesa. Oggi, anche quando viene preferito a Biglia, deve andare a cercare il pallone nell’altra metà campo. La Lazio prova a imporre il proprio gioco, non specula sugli avversari. Petkovic chiede aggressività e di tenere il baricentro della squadra più alto di quindici metri. Lo chiede anche a centrocampisti che non hanno passo come Hernanes (non a caso diventato fallosissimo) e Ledesma. La squadra, se non è al top della forma e se manca qualche titolare, fatica a mantenere lo stesso ritmo per novanta minuti, accorciando le marcature con una linea difensiva alta, molto lontana da Marchetti. Il processo di trasformazione, che in Europa League ha già prodotto un salto di qualità nel gioco, diventa più complicata in serie A se sotto porta non c’è un’alta percentuale realizzativa. In campionato la Lazio per segnare un gol fa una fatica enorme. Se la difesa è fragile, con tanto tatticismo, sarebbe meglio non scoprirsi, soprattutto fuori casa. Se vai all’attacco, rischi. La sintesi. Una partita la vinci, una la perdi, ogni tanto pareggi. Come raccontano le statistiche.

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