ROMA – In Argentina si è formato, ma l’ha lasciata a 20 anni. Il calcio argentino l’ha vissuto da ragazzo, il salto glielo fece compiere l’Argentinos Juniors, la squadra di Maradona. Ci arrivò da adolescente, debuttò a 17 anni in prima squadra. Non puntarono su di lui, gli permisero però…
ROMA – In Argentina si è formato, ma l’ha lasciata a 20 anni. Il calcio argentino l’ha vissuto da ragazzo, il salto glielo fece compiere l’Argentinos Juniors, la squadra di Maradona. Ci arrivò da adolescente, debuttò a 17 anni in prima squadra. Non puntarono su di lui, gli permisero però di imparare il ruolo di regista: «Grazie a Dio mi sono formato nell’Argentinos Juniors, in una scuola mirata, utile ai centrocampisti centrali. Lì insegnavano a distribuire il gioco, a far scorrere la palla, è il mio calcio. A quel tempo segnavo molto su rigore o su punizione, anche tirando da lontano. Nel corso degli anni ho un po’ perso questa caratteristica. Mi piace recuperare la palla e distribuirla, al gol arrivo in modo diverso, dialogando con i compagni, attraverso scambi e inserimenti». Nell’Independiente ebbe come tecnici Cesar Luis Menotti, Pepe Santoro e Julio Cesar Falcioni: «Ricordo anche Tocalli e Pekerman. Menotti è stato un grande, devo dirgli grazie se gioco a calcio a certi livelli. Devo molto anche a Falcioni, un giorno all’Independiente si mise davanti a me, mi prese la mano, mi disse che la maglia 5 era mia, che il posto da titolare dipendeva da me, non dai giocatori che sarebbero arrivati». Biglia, quando si racconta, ricorda sempre il padre e si emoziona. E’ stato il suo allenatore, il suo sostenitore, è morto qualche anno fa, quel vuoto è incolmabile:«Quando iniziai nell’Argentinos Juniors i miei coprivano le spese facendo sacrifici. Mio padre non ha mai smesso di consigliarmi di studiare»
Corriere dello Sport
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