Un lottatore si riconosce dalla fatica. E’ nato sacrificandosi, soffrendo, alzandosi di corsa: «Mi devo ricordare sempre da dove sono partito». Era l’alba, correva in campagna, tra i semi di arachidi, si sarebbero trasformati in olio: «Ci alzavamo presto la mattina, andavamo a raccogliere arachidi, toccava portare in spalla sacchi…
Un lottatore si riconosce dalla fatica. E’ nato sacrificandosi, soffrendo, alzandosi di corsa: «Mi devo ricordare sempre da dove sono partito». Era l’alba, correva in campagna, tra i semi di arachidi, si sarebbero trasformati in olio: «Ci alzavamo presto la mattina, andavamo a raccogliere arachidi, toccava portare in spalla sacchi da 50 e 60 chili. Il lavoro era molto duro, lì ho appreso il modo di vivere e di lavorare». Era un ragazzo, Diego Novaretti, teneva la schiena dritta nonostante il peso, si allenava a vivere: «Giorno dopo giorno ti alzavi presto e imparavi a soffrire, a sopportare lo sforzo. Quell’esperienza mi ha temprato, mi ha insegnato a giocare con il dolore, con le infiltrazioni». Faticava, sopportava e s’allenava col papà, lavoratore instancabile e tecnico di calcio. Diego Novaretti, El Flaco (in Argentina chiamano così tutti i ragazzi alti ed esili), è cresciuto affondando i piedi nella terra, correndo, sudando. Si è temprato così, è diventato una quercia d’uomo. Su YouTube è presente una lunga intervista (12 minuti), è stata pubblicata il 23 maggio. E’ stato l’addio al Toluca.
CHE GRINTA! - Un altro argentino a Formello, un esperto di asado per la gioia di una Lazio abituata a gustare prelibatezze davanti alla brace. Ledesma, perso Scaloni, avrà un partner culinario in più. Preparate la legna, Novaretti ama cucinare per i compagni: «Lo faccio con passione, ci sediamo tutti e mangiamo bene», ha raccontato in Messico. Diego si è creato il destino, è un segno della sua forza. A 12 anni consegnò una lettera alla madre, c’era scritto il futuro:«Sono sempre stato un ragazzo con le idee molto chiare. A mia madre scrissi che avrei giocato a pallone, che sarei arrivato nella massima divisione e in Nazionale, che avrei giocato in un campionato importante come quello messicano e che sarei andato in Europa. Molte cose si sono verificate, le ho realizzate attraverso il sacrificio, il sudore, le sofferenze». E’ arrivato in A e in Messico, ha conquistato l’Europa, tutto confermato: «Ogni volta ho cercato di pormi traguardi da raggiungere, tanti dicono che i sogni bisogna realizzarli e non solo pensarli. Prima di sbarcare in Messico sapevo che un giorno sarei arrivato in questo Paese, ora so che posso giocare in Europa. Non so se avrò la fortuna di farlo, ma so che posso farcela». L’Europa se l’è presa, ha sempre creduto in se stesso e nei valori: «Umiltà e rispetto, ho sempre cercato di vivere così». Vive il calcio come una missione di vita, in campo lascerebbe la pelle: «Sarei l’uomo più felice del mondo se morissi su un campo di calcio, è l’essenza della mia vita», ha dichiarato crudamente. Non ha paura: «Nel calcio non c’è nessun mostro, le partite si giocano tra squadre, tra uomini, di cosa si può avere paura?».
GLI AFFETTI - Papà Daniel non manca mai nei suoi racconti. Diego non ha idoli calcistici: «Il più grande idolo della mia vita è mio padre. Ho imparato da lui, non ha avuto la fortuna di giocare a grandi livelli. Io, grazie ai miei genitori, sono arrivato in alto, lo devo a loro». Novaretti (il cognome lo dice chiaramente) ha origini italiane, il padre è Daniel (detto il Chaco), la mamma Silvia. L’Italia probabilmente scorre anche nel sangue della moglie Vanessa e dei suoceri Daniele e Sonia Picotti Sabino. E’ molto legato alla famiglia, il 12 febbraio i suoi cari andarono a trovarlo a Buenos Aires, incontrarono Diego nell’hotel che ospitava il ritiro del Toluca (era in Argentina per affrontare il Boca Juniors nella Libertadores). Novaretti regalò la maglia numero 2 al padre: «So che nella vita ho accanto la famiglia e mia moglie. Mio padre è stato sempre rispettato in campo e fuori, in 27 anni di vita mi ha trasmesso molte cose, come calciatore e come uomo. Da lui ho appreso la dote della sincerità, abbiamo sempre parlato chiaramente, senza bugie». Uomo e calciatore, parla da leader, risponde a tutti i parametri di Lotito: «Guardo tutto il campo, lo faccio per essere d’aiuto ai compagni. Se la squadra va bene dipende anche dal singolo, bisogna pensare al bene comune. Gioco in una posizione a volte ingrata, puoi prendere gol ed essere colpevole. Ma da dietro puoi vedere tutti i movimenti». E’ nato centrocampista, è diventato difensore, è entrato nella storia del Toluca segnando il rigore decisivo del Bicentenario 2010: «Per poco il portiere non parò. Ho vissuto anni meravigliosi, se rimarrò al Toluca sarò contento altrimenti so che tornerò, prima o poi». Erano i suoi saluti.
Corriere dello Sport
© RIPRODUZIONE RISERVATA