(IL CORRIERE DELLO SPORT) | La notte di Trebisonda ha esaltato la qualità di Felipe Anderson, Perea e Keita, confermando la bontà delle scelte societarie, ancora più importanti del risultato. Sono talenti su cui poter costruire il futuro e da aspettare nel tempo, sicuri che ripagheranno la Lazio. Ma la…
(IL CORRIERE DELLO SPORT) | La notte di Trebisonda ha esaltato la qualità di Felipe Anderson, Perea e Keita, confermando la bontà delle scelte societarie, ancora più importanti del risultato. Sono talenti su cui poter costruire il futuro e da aspettare nel tempo, sicuri che ripagheranno la Lazio. Ma la notte di Trebisonda ha fatto nascere anche qualche interrogativo di ordine tattico da risolvere nell’immediato, perché è fondamentale per raggiungere subito certi risultati, e che apparterrà al lavoro di Petkovic. La Lazio deve ritrovare un equilibrio e una compattezza che sinora, nel primo scorcio della stagione, non si sono quasi mai viste. Non basta dire che si è perso due volte con la Juventus, perché la cifra complessiva del gruppo biancoceleste non dice che ci sono otto gol di differenza dai campioni d’Italia. E non si può archiviare il pareggio di Reggio Emilia con il Sassuolo come un risultato positivo. E’ stata una mezza sconfitta, evitata solo da un paio di prodezze da Marchetti. E nello stesso modo la rimonta sul Trabzonspor, esaltante per il modo in cui s’è consumata, non può e non deve cancellare le sbandate accusate nel primo tempo, quando i turchi volavano, arrivando sempre per primi sul pallone. C’è ancora poco equilibrio e ci sembra assurdo criticare Biglia, playmaker della nazionale argentina, solo perché non protegge la difesa come Ledesma. Stesso ruolo, diverse caratteristiche. Ledesma è una stazione, quasi un terzo stopper davanti ai centrali. Biglia va a prendere il pallone più “alto”. Il problema a Trebisonda era nella distanza tra i reparti e tra i giocatori. Cavanda e Lulic erano troppo larghi, lontani da Ciani e Cana. Biglia saliva ed Hernanes non aveva il passo per tenere dietro ai turchi. Così, nella terra di nessuno, imperversavano Malouda, Erdogan e Paulo Henrique. Proprio nell’atteggiamento della squadra e nelle richieste di Petkovic c’è la differenza. Per il suo calcio, fatto di pressing e di linea difensiva alta, avrebbe bisogno di tre pitbull a centrocampo. Invece ha tanti trequartisti e uno come Hernanes soffre. Dal punto di vista tattico sta diventando un lusso e potrebbe essere stritolato dalla concorrenza di Ederson e Felipe Anderson. Eppure ha segnato 32 gol in 106 partite di serie A. Si deve svegliare, è chiaro. Ma Petkovic deve trovare l’equilibrio ideale, con Hernanes dentro, e magari un calcio più ragionato e adeguato alle caratteristiche della squadra. Come l’anno scorso.
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