CORRIERE DELLO SPORT (Di Franco Recanatesi) Martedì 9 gennaio del 1900 gravavano nuvoloni neri su Roma e la temperatura era rigida, intorno ai dieci gradi. Poche automobili sbuffavano per le strade, dovevano fare attenzione a non investire greggi di pecore che pascolavano dove oggi troneggia lo stadio Olimpico. Lungo il…

CORRIERE DELLO SPORT (Di Franco Recanatesi)

Martedì 9 gennaio del 1900 gravavano nuvoloni neri su Roma e la temperatura era rigida, intorno ai dieci gradi. Poche automobili sbuffavano per le strade, dovevano fare attenzione a non investire greggi di pecore che pascolavano dove oggi troneggia lo stadio Olimpico. Lungo il Tevere erano già sorti i primi circoli sportivi, riservati però alla buona borghesia. Il popolino si fermava sul barcone del “Pippa Nera”, sotto il ponte Margherita. E fu proprio attorno a un tavolino di “Pippa Nera”, fra panini con la mortadella e un buon rosso dei castelli, che il sottoufficiale dei bersaglieri Luigi Bigiarelli e otto suoi amici stesero l’atto costitutivo della Società Podistica Lazio.
Furono loro, studenti e militari del Regio esercito di Re Umberto I (il quale, poveretto, solo un anno dopo sarebbe stato assassinato dall’anarchico Bresci), a portare 114 anni fa il calcio a Roma, capitale d’Italia da neanche 30 anni, appena 450.000 anime sparse fra un centro assai ristretto – rispetto alle altre capitali europee – e una periferia rurale.
Il compleanno della Lazio vive ormai di racconti scritti e di immagini sbiadite, il tempo ha interrotto le testimonianze dirette. E però, paradossalmente, proprio questa storia ultra secolare irrobustisce ogni anno la leggenda dei colori bianco e celeste tratti dalla Grecia e dell’aquila simbolo dell’impero romano. Se nel calcio italiano c’è un primato che spetta ai tifosi della Lazio, questo è l’orgoglio delle proprie radici e la custodia della tradizione. Non c’è compleanno che non venga celebrato, piazza della Libertà diventa un salone delle feste, sui social network impazzano gli scambi di auguri fra laziali di tutto il mondo. Solo su Facebook, in questi giorni, ho contato centinaia di pagine e di messaggi. Si è distinto il Lazio Fans Tunisia per iniziative e azioni di raccordo alle quali hanno risposto dalla Romania, dalla Francia, dagli Stati Uniti, persino dalla Thailandia. Molti hanno cinguettato i loro saluti alla Lazio su Twitter. Anche giocatori, nuovi e vecchi.
Non ho riscontrato altri esempi nel nostro panorama calcistico, di tanti giocatori che non riescono a togliersi dalla pelle la maglia che hanno indossato. Per il 114° compleanno (neanche una ricorrenza imponente come può essere una cifra tonda) hanno inviato messaggi augurali, per radio, televisione oppure on line, figurine antiche o meno antiche della squadra biancoceleste come Giordano, Fascetti, Veron, Oddo, Stankovic, Dabo, Crespo, Siviglia e tanti altri che nei passati decenni hanno lottato per questi colori, e non tutti ricevendone gloria e ricchezza. Chissà, forse è la storia tribolata di questa ex polisportiva ad iniettare nelle vene dei suoi atleti – di ogni tempo – il proprio sangue e quindi un sentimento indissolubile di fratellanza.
Pochi trionfi e tanta sofferenza hanno evidentemente creato (e continuano a creare) una selezione naturale nel popolo laziale, quello che si agita sugli spalti e quello che corre in campo. Restano coloro che oltre alla passione, sentimento passeggero, hanno saputo unire l’amore. Non sono tantissimi ma sono incrollabili.
Peccato che la società non riesca a nutrire gli stessi sentimenti e ad affiancare questo enorme e granitico patrimonio.

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