Papà Marcello, «E’ nato col pallone tra i piedi»

E’ tornato a Tor de Cenci domenica sera. E’ tornato dalla sua famiglia, da papà Marcello, mamma Maria Antonietta e dalla sorella Sara. E’ tornato nei posti in cui è cresciuto, a pochi metri dal campo Anzio Mancini che s’affaccia sulla Pontina, lì dove a 7 anni spiccò il volo:…

di redazionecittaceleste

E’ tornato a Tor de Cenci domenica sera. E’ tornato dalla sua famiglia, da papà Marcello, mamma Maria Antonietta e dalla sorella Sara. E’ tornato nei posti in cui è cresciuto, a pochi metri dal campo Anzio Mancini che s’affaccia sulla Pontina, lì dove a 7 anni spiccò il volo: «Stiamo vivendo un momento magico, questa convocazione è il coronamento dell’impegno che Antonio ha messo in campo ogni giorno. Viviamo su una nuvoletta». Papà Marcello si prepara a partire, seguirà Antonio a Milano, assisterà al match dell’Italia contro la Danimarca (il secondo di questa fase di qualificazioni). Papà Marcello è felice, ha visto crescere quel ragazzino, oggi lo accompagna nel suo nuovo viaggio.

Signor Candreva, che bella festa domenica…
«Antonio è tornato a casa, lo fa spesso insieme alla moglie e alla figlioletta. Ci siamo riuniti, è stata una cena di famiglia. Stamattina (ieri mattina, ndr) è partito per Coverciano. E felice perché rivestirà la maglia azzurra, lui dice che è una maglia che “scotta” per quanto è importante».

Suo figlio è rinato e l’Italia l’ha richiamato.
«Antonio ha fatto tutta la trafila, ha giocato nell’under 16, 17 e 21, ha partecipato alle Olimpiadi. La maglia dell’Italia la sente sulla pelle. Abbiamo seguito il suo esordio a Pescara tre anni fa, che emozione: l’inno, il debutto. Quella maglia l’ha incorniciata e l’ha appesa al muro. Le difficoltà? Ne è uscito a testa alta».

Tor de Cenci, quanti ricordi…
«Antonio è nato col pallone tra i piedi. Dentro casa rompeva i vetri, per non parlare delle plafoniere spaccate nel sottoscala. Il portiere mi chiamava in continuazione, un giorno gli dissi “mettiamole di plastica”. Non si poteva lavorare per pagare i danni (risata, ndr)».

Il Tor de Cenci l’ha svezzato, la Lodigiani l’ha lanciato.
«Fu scelto dopo uno stage, non è stato facile. Ogni giorno dovevamo percorrere 100 km per farlo allenare, era un impegno faticoso, ma per i figli si fa tutto».

Il calcio era nel suo destino.
«Io ho giocato in Seconda Categoria, diciamo che Antonio è leggermente più forte (risata, ndr). Fisicamente ci somigliamo, lui ha un gran tiro, è nato trequartista, io giocavo come ala destra…».

E’ nato per vincere.
«Da bambino voleva vincere sempre. Quando il pomeriggio doveva allenarsi, andava a scuola con la maglia da gioco sotto la camicia, mancavano solo gli scarpini. A 10 anni, il giorno prima delle gare, andava a letto presto, diceva “ho la partita”. Lo fa ancora oggi».

Ha conquistato i tifosi laziali, s’è tolto di dosso l’etichetta di romanista.
«Mio figlio ha lasciato Roma a 14 anni, ha sempre ammirato i campioni, niente di più. Ammira chi gioca bene a pallone, chi fa gol. Anche lui ci ha preso gusto».

Fonte: Daniele Rindone – Il Corriere dello Sport

Rob.Ma. – Cittaceleste.it

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