Pierino, il re della logistica, adesso racconta tutto: dall’interporto di Fiumicino all’appalto alla Camera
ROMA - «Il crac della Interporto? Non c’entro. Era il mio sogno, sarei diventato costruttore continuando a fare facchinaggio. Poi s’è abbassato il pavimento...». A settant’anni compiuti Pierino Tulli, il re della logistica, l’imprenditore che fu a un passo dallo scalare la Lazio (vinse Lotito) non abbassa mai gli occhi. Neppure per parlare di quei cinquanta centimetri di avallamento nel terreno che condannarono il progetto logistico di Fiumicino - scrive IlCorrieredellasera - e per il quale si sono appena chiuse le indagini: «Dovevano mettere i pali più in profondità» dice.
Il crac da 47 milioni di euro è solo il suo ultimo guaio giudiziario? «Soldi che non maneggiavo io ma che transitavano direttamente dal consorzio cooperative costruttori di Bologna alla banca che aveva anche speso 200mila euro per una consulenza qualificata. Perché allora non si oppose al progetto?»
Di chi era il terreno su cui costruivate i magazzini? «L’associazione laziale spedizionieri, attraverso la Cirf, comprò il terreno da un calabrese: Alvaro»
Quello del Cafè de Paris? «Lui. Diedi la scalata alla Cirf comprando azioni un giorno dopo l’altro»
La Gesconet pagava tangenti ai politici. Ci fa i nomi? «Mai pagate tangenti: ho sempre lavorato per i privati»
Però ha avuto un appalto per il facchinaggio alla Camera dei deputati e suo nipote lavorava per il Campidoglio di Gianni Alemanno? «Il mio ex socio, forse, pagò qualcuno a mia insaputa per la Camera (Maurizio Ladaga, imputato e grande accusatore di Tulli, ndr). Andai a cena una volta con il questore di Montecitorio, Antonio Mazzocchi (padre di Erder, consigliere Alleanza Nazionale, ndr) ma fu solo per dirmi che l’appalto da 1 milione e 200 euro l’anno sarebbe andato a un sindacalista della Cisl e che io avrei avuto un subappalto al trenta per cento. Quanto al Campidoglio, Gesconet entrò solo perché mio nipote che aveva avuto l’appalto non aveva tutti i requisiti».
Mai pagato politici? «Cene. Li portavo a mangiare al ristorante sull’Appia che avevo regalato a mia figlia».
Che altro? «Caricavo i pulmini per i loro comizi».
Ci fa un esempio? «Mario Baccini. Michele Baldi. Tutta gente che ha fatto le campagne elettorali anche grazie a me».
Baldi dice che i suoi ex facchini lo seguono da una vita, tutto è alla luce del sole. «Anche Francesco Storace. Mi chiamavano se c’era un teatro da riempire».
Cioè si rendeva disponibile? «Mai ricevuto nulla in cambio. L’ho detto: avevo già il lavoro dei privati».
La svolta? «Nel 1975 con la mia Citras che consegnava giornali. Facevo le notti ma anche il presidente della coop, assunsi un autista: lui guidava, io facevo i conti».
E con la Fiat? «Erano gli anni Ottanta. A Cassino m’ inventai il cottimo. Mi pagavano 4.500 lire per ogni auto scaricata. Dieci operai mi facevano mille auto al giorno».
Sfruttamento? «Millecinquecento lire a vettura erano per loro, poi c’erano i contributi e a me restavano 2.500 lire ad auto. Nel 1982 la mia cooperativa fatturò due miliardi. L’anno dopo quattro. Nel 1984 salimmo a sette».
Investimenti? «Una casa a corso Vittorio Emanuele: 300 metri quadri più 350 di terrazza. Presa a 2 milioni di euro. Rivenduta a 7 a un russo che non ci ha mai vissuto. Ora abito in via Sistina».
Concorrenti? «Ero il numero uno sulla piazza. Avevo un contratto anche con la Fiat di Monterotondo. C’era anche lo zio di Sabrina Ferilli. Io avevo le mie coop, lui la sua. A Melfi uguale: facevo facchinaggio ma poi subentrarono coop legate alla Cisl».
Beni nei paradisi fiscali? «Mi hanno tolto tutto. La prossima volta ce li metto».
Lei ha frequentato Previti e Tajani, le hanno mai chiesto niente? «Previti mi invitò a cena quando comprai la Cisco calcio. Uno dei due figli faceva il portiere: voleva che lo facessi giocare. Litigai con l’allenatore ma lo fecero entrare».
E in cambio? «Niente»
Lei è di centrodestra? «Quella è la mia area».
Come andò la scalata alla Lazio? «Il funzionario della Unicredit che aveva ereditato il crac di Cragnotti mi disse: “Noi a Lotito non gliela vogliamo dare, dacci 24 milioni di euro ed è tua. Fecero anche una verifica sulle mie società».
Lei aveva già avuto guai con il fisco. «Quaranta contenziosi tutti vinti. Unicredit si convinse che avevo la liquidità necessaria. Però dovevo prendere un mutuo per circa 400mila euro al mese. Eppure ero quasi deciso per il sì. Sono laziale».
Che accadde allora? «Mi chiamò Francesco Storace, allora era presidente della Regione. Mi disse “ritirati, sponsorizzo Lotito”».
Siamo sicuri di questa versione? «Era la mezzanotte del 18 luglio 2004 quando squillò il telefono. Era lui. Gli dissi “va bene”. Fu uno sbaglio».
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