Le dichiarazioni rilasciate da Maurizio Manzini, Team Manager della Lazio, nel secondo episodio del documentario "In My Life" a lui dedicato
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Sul sito ufficiale della Lazio è stata pubblicata la seconda puntata di una serie di cinque episodi intitolata "In My Life", un documentario realizzato dal club biancoceleste dedicato al Team Manager Maurizio Manzini. Queste le sue dichiarazioni presenti in questo secondo episodio dal titolo "Una famiglia, una Lazio!":
"I Beatles erano grandi artisti. Di loro ho un ricordo personale particolare: vennero a Roma per un concerto con l’aereo ‘Comet’, aveva una striscia nera e una scritta "Bea-". Presi un cartellino e scrissi "-tles". Poi mi misi affianco al logo per comporre la parola "Beatles". Gli inviai la foto a Londra, non so poi che fine abbia fatto.
Era gente semplice, umile, sempre disponibile, non se la tiravano mai. Le società di calcio, anche le più grandi, si reggono su due poli: una parte tecnica, a cui fa capo tutto lo staff e l’allenatore, e una parte logistico-amministrativa, quella che si occupa del quotidiano, dei viaggi, dell’organizzazione.
Questo era il mio compito. Il compito del Team Manager è quello di un supporto pratico nel vero senso della parola. Dal primo giorno ho assistito qualcuno per cose attinenti alla mia professione. Mi sono sempre trovato bene. Quando percepisci che i giocatori ti trattano come loro, allora stai facendo bene il tuo lavoro. Mi facevano anche gli scherzi.
Su tutti Gascoigne, era mio figlio. Per Zoff era un genio. Una volta mi chiama il proprietario di un bar al Fleming, mi disse che Gascoigne ne stava facendo di ogni. Andai di corsa e c’era la sala da ristorante che era malmessa e lui era steso sui tavolini. Era coperto di spaghetti, pizza e altro. Se fosse arrivato un giornalista in quel momento, saremmo stati rovinati. Provai a svegliarlo.
Lui si alzò, si tolse le cose di dosso e mi disse: "Tu pensato che io ero ubriaco? Fatto scherzetto". L’avrei ammazzato (ride, ndr). Un giorno ebbe un infortunio abbastanza fastidioso. C’era un massaggiatore che lo curò come un figlio e accorciò di parecchi giorni il suo rientro. Poi arrivò in ritardo all’allenamento, era in sella a un Harley Davidson arcobaleno che poi aveva regalato proprio a quel massaggiatore perché l’aveva trattato bene.
Era davvero molto generoso. Un giorno pianse per una cosa seria, che lo fece dispiacere. Zoff l’ha preso e se l’è messo in braccio come un bambino, lo calmò. Quella cosa mi è rimasta sempre in mente, come un padre che consola il figlio. Una volta ci fu una specie di marcia, come una protesta civile verso la sede della Lazio. La gente camminava e Zoff si unì al gruppo, era convinto che le cose che i tifosi credevano erano corrette.
La protesta in piazza per l’addio di Signori? Eravamo in Brasile, per noi quelle ore furono una sciagura. Si perdeva un simbolo, per cui venne vissuto così. Avevano tutti ragione. Per i tifosi Signori era una bandiera, mentre l’imprenditore giustamente aveva ricevuto un’offerta che non poteva rifiutare. Per me, obtorto collo, aveva fatto bene.
Quell’episodio di Signori fu forse uno degli ultimi di quel che calcio che, prima di diventare un’industria, metteva la squadra del cuore prima di tutto. Ai tifosi in quel momento interessava il giocatore migliore, che era proprio Signori. Una trasferta che non dimenticherò mai - in cui feci una figuraccia - era a Sion: organizzai un viaggio che ci portava in treno da Roma a Sion passando per Milano e Ginevra.
Ci volevano praticamente sette ore. Solo dopo però scoprii, con grande vergogna, che esisteva un volo diretto da Milano a Sion che durava cinquanta minuti. Avrei voluto morire. Mi sono sentito umiliato. Era inverno, faceva buio presto e finito l’allenamento a Sion, ero rimasto avvilito, in panchina. Tutti i giocatori arrivarono e mi lanciarono in aria come a farmi capire che ancora mi volevano bene. Ancora mi commuovo (piange, ndr).
Boksic a Dortmund? Non doveva andare in bagno, aveva solo le scarpe troppo strette. Era molto affezionato a quelle scarpe. Per questo è andato negli spogliatoi e se l’è cambiate. I vizi dei giocatori? Ci sono situazioni diverse, a volte devi fare un’opera di persuasione e a volte devi importi. Boksic una volta sentiva la maglietta troppo stretta poco prima della partita contro il Perugia.
Eriksson, che era un signore, perse la testa e gli disse di andare a fare la doccia chiamando un altro giocatore. Klose? Ricordo che alla fine del suo primo allenamento prese la rete e mise dentro tutti i palloni che erano sparsi in campo, se li è caricati e li ha dati ai magazzinieri. Un gesto di una semplicità unica, di rispetto e di signorilità.
Ha sempre dimostrato di avere grande rispetto per i più umili. Riedle? Aveva doti da cestista. Quando saltava era ancora in aria mentre gli altri cominciavano a cadere. È stato un grandissimo giocatore. Faceva coppia con Doll, erano molto amici. Anche Doll era bravo e seppe imporsi.
Per me sono stati sempre tutti numeri uno. La dote principale per un Team Manager è far sentire tutti uguali, anche se non saranno mai tutti uguali. Ognuno poi sa qual è il loro valore, ma lo sanno loro e lo ammettono loro. Non devono farli altri. Sono attori di uno spettacolo come il calcio.
Non c’è teatro in cui ci siano attimi di tensione. All’inizio ti esalti per entrare a far parte di un gruppo così, ti sembra di essere uno di loro. Ma dura solo un attimo, perché non sei come loro. I giocatori sono i veri attori, la gente va allo stadio per vedere loro. Quando vinci la sensazione è che ti senti uno di loro".
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