Le dichiarazioni rilasciate da Maurizio Manzini, Team Manager della Lazio, nel primo episodio del documentario "In My Life" a lui dedicato

- Roma

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Da poche ore all'interno del sito ufficiale della Lazio è stata pubblicata la prima puntata di una serie di cinque episodi intitolata "In My Life", un documentario realizzato dal club biancoceleste dedicato al Team Manager Maurizio Manzini. Queste le sue dichiarazioni presenti in questa prima puntata dal titolo "Una famiglia, una Lazio!":

Lazio: Maurizio Manzini

"Maurizio Manzini, molto semplicemente, è uno privilegiato. Sapete perchè? Perchè io nasco in una famiglia che proviene dal Veneto: siamo sempre cresciuti fino a diventare quello che siamo oggi, cioè 350, che non è poco. Noi ci vediamo sempre o per eventi molto lieti, come un matrimonio, un battesimo, o molto tristi, come un funerale. Credo che fra un po’ dovremmo chiedere il permesso alla questura, perchè sembra una manifestazione (ride, ndr.). Sono un grande privilegiato, perchè sono l’unico laziale in mezzo a tutti romanisti.

Cos’è la Lazio per Maurizio Manzini? Per me è la vita. Credo che se un giorno mi dovessi tagliare, uscirebbe fuori sangue celeste. Io veramente non concepisco nient’altro come passione: rispetto tutti, com'è giusto che sia, però la Lazio è una cosa molto importante per me. Ho molto amato mio padre, avevo quasi una venerazione per lui. Non vengo da una famiglia ricca, anzi, però mio padre non mi ha mai fatto mancare nulla e Io non l’ho mai dimenticato, e mi dispiace di avergli procurato un grande dolore (con la decisione di essere un tifoso della Lazio, ndr.). La Lazio non sapevo nemmeno che cosa fosse, come squadra non la conoscevo, perchè a casa mia imperava il giallorosso. Fino a che un giorno mio padre decise che era ora di portarmi allo stadio, in un Roma-Lazio. Ricordo, non lo potrò mai dimenticare, che la Lazio perse quella partita 4-1. All'epoca c'era un pò più di civiltà rispetto ad oggi, senza offesa per nessuno: si andava allo stadio tutti insieme, romanisti, laziali, mischiati, qualche sfottò ma nessuna violenza. Se vincevi, i romanisti andavano a casa moggi moggi e tu facevi festa; se perdevi, succedeva il contrario. La Lazio perse 4-1: era stato un trionfo per la Roma e per mio padre, che mi prese in braccio contento. Io dissi, e ancora oggi non so perchè, che mi piacevano quelli con la maglietta azzurra. Penso che sia stato il più grande dolore che ho mai dato a mio padre, e da allora sono rimasto l’unico laziale della mia famiglia. Qualunque cosa che mi è passata per la mente di fare, l’ho fatta. E questo io credo che sia una grande libertà per l'individuo: sono nella condizione di non dover rimpiangere niente che non ho fatto, perchè tutto quello che in effetti mi interessava l’ho fatto.

Rapporto con Fernando Vona? Mi trattava come un figlio, era una pasta d’uomo, una persona veramente buona. Io non sono uno facile alle lacrime, ma quando è morto Fernando Vona io ho pianto, perchè lui mi ha veramente trattato come un figlio, sempre.

La Lazio più che una squadra è sempre stata una famiglia, i rapporti con i miei colleghi sono come quelli di un componente di una famiglia. Non lo dico per piangeria o carineria: non riesco a ricordare uno o una con il quale non sono riuscito ad andare d’accordo. C'è una data che secondo me ogni laziale dovrebbe ricordare, ed è quella del famoso 19 luglio in cui, se non accadeva un miracolo, come fortunatamente è accaduto, la Lazio il giorno dopo doveva portare i libri in tribunale e spariva. Sennonché, ci fu qualcuno che intervenne, mai troppo compianto Giorgio Calleri, il quale era la mente, la saggezza, la famiglia che ha salvato la Lazio. Ci sono stati in quel periodo tanti cantastorie, invece lui portò i soldi veri e ci ha salvato. Giorgio è stata una persona fondamentale, perchè senza di lui eravamo spariti. È stato il mio punto di riferimento, era veramente un saggio, un uomo a volte anche rude, a volte anche con modi bruschi, ma sempre con una grande bontà e generosità di fondo. Un giorno mi chiamò e mi disse "senta, il Milan ha istituito una nuova figura, quella del Team Manager, cioè una figura di raccordo fra la società e il campo, e noi vorremmo affidare a lei questo incarico: ci dica quello che lei guadagna attualmente, benefit, noi la copriamo". Io non ci ho pensato un minuto: sono andato dall’amministratore delegato dell’epoca e ho presentato le mie dimissioni all’American Express.

Torno nel mio ufficio, e mi richiama la segretaria dicendomi che c’era il presidente di New York che mi voleva parlare. Io sono andato fino in America, alla Torre Gemella di sinistra. Lì il presidente mi dice: "Lo sai che noi ti stiamo per fare vice-presidente di Europa, Medio Oriente e Africa di tutti gli esercizi convenzionati? Tu vuoi rinunciare a tutto questo per un pallone? Ma che ti sei rincoglionito?" (ride, ndr.). Io gli ho detto: "Io sono molto onorato di questa opportunità, però penso che se nella vita riesci a fare della tua passione la tua professione, non puoi chiedere niente di meglio". Mi sono alzato, gli ho stretto la mano e sono andato via: non ho mai più ribussato a quella porta . Non sono mai arrivato al punto di chiudere il rapporto con la Lazio, come si fa ad arrivare a quel punto? Quando tu raggiungi l'attimo in cui vieni a far parte di quella che ha rappresentato la tua vita fino a quel momento, la tua passione, il tuo orgoglio: non puoi pensarlo.

Tor di Quinto? La prima volta, Tommaso Maestrelli al ritorno da una trasferta mi disse: "Senta Manzini, a noi piace che lei stia con noi. Però si ricordi, se un giorno per un qualsiasi motivo il nostro connubio dovesse sciogliersi, lei deve essere preparato, perchè quando uscirà da quel cancello, la gente non si ricorderà più neanche come si chiamava": non è mai successo.

Non è facile essere presidenti della Lazio. Perchè prima la Lazio viveva su tre quartieri a Roma Nord. Su questo, io non riesco a dimenticare il presidente Umberto Lenzini. Era un uomo di una ricchezza sconfinata: tutta Via Gregorio VII, destra e sinistra, era sua proprietà. Mi ricordo quando andai da lui, pochi giorni prima che se ne andasse, gli era rimasta la sua casa a Villa Carpegna dove non c'era niente, c'era solo una rete con un materasso, una lampadina attaccata a un filo e nient'altro. Mi ricordo che c’era un tifoso, si chiamava, se non sbaglio, Elio Vittorini, il quale fu uno dei pochi che non si dimenticò di quando Lenzini faceva il pullman, andavano tutti in trasferta, pagava tutto lui pranzi e cene, e lui tutti i giorni gli portava la spesa a casa, fino a quando se n'è andato. E mi ricordo che una cosa che mi colpì moltissimo fu un articolo di Mimmo De Grandis, un grande laziale, grande professionista, il quale chiuse l'articolo dicendo: "Quando arrivò il giorno in cui la morte bussò alla sua porta, lui gli aprì molto volentieri". Anche lui purtroppo fu portato via da quel male maledetto, però era un grande laziale, cercava sempre la maniera di mettere qualunque cosa accadesse in una maniera che non fosse poi così brutta come magari era.

La prima volta da Team Manager? Contro il Milan. Me lo ricordo con grande piacere, così come ricordo con grande simpatia Silvano Ramaccioni, una persona stra-squisita, che ha dedicato tutta la sua vita al Milan, ed era veramente una brava persona che in questo mondo è difficile incontrare. Ogni tanto capitava di incontrarlo e mi dava dei consigli, io li accettavo molto volentieri perché era un uomo di esperienza che faceva il Team Manager in una grande squadra come il Milan. All'epoca c’era Berlusconi, a cui riconosco la qualità di saper scegliere i suoi uomini. La credibilità della Lazio è cresciuta negli anni, in primis grazie a Giorgio Calleri. Poi ci sono stati tanti personaggi che hanno contribuito, come la segretaria Gabriella Grassi, un’istituzione. Una persona brava, onesta, con un carattere non facile però aveva veramente il sangue biancoceleste anche lei.

Gianmarco Calleri? Aveva lasciato completamente al fratello la gestione amministrativa della società, lui si era ricavato il ruolo di presidente immagine. Era di una simpatia unica, un personaggio molto estroverso, amava la bella vita; era un personaggio molto gradevole per me. Una delle caratteristiche dei laziali è quella di avere riconoscenza per tutti coloro che, in una maniera o nell'altra, hanno fatto il bene della Lazio.

La qualificazione in Coppa Uefa? Era uno degli obiettivi di quegli anni. Mi ricordo che una volta Gascoigne era all'altezza della nostra area di rigore e la palla va in fallo laterale a nostro favore. Lui fa "datemi la palla": gli hanno dato la palla, e ha dribblato tutti quelli che ha incontrato. Gascoigne parlava geordie, un dialetto di Newcastle durissimo. Io ero un appassionatissimo di Andy Capp, dove la scritta era proprio in geordie. Una delle mie più grandi soddisfazioni da Manager è stata quella di fare da traduttore fra due inglesi perché il geordie non lo capiva (ride, ndr.).

Grazie a voi. Sono io che vi ringrazio perchè, oltre all'onore che mi fate, che non merito, però mi consente di rivivere tanti momenti: belli, brutti, tristi, allegri però tutti momenti vissuti con una grande intensità. Un'intensità che solo un laziale può avere verso la sua squadra".

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