Le dichiarazioni rilasciate da Maurizio Manzini, Team Manager della Lazio, nel terzo episodio del documentario "In My Life" a lui dedicato
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Sul sito ufficiale della Lazio è stata pubblicata la terza puntata di una serie di cinque episodi intitolata "In My Life", un documentario realizzato dal club biancoceleste dedicato al Team Manager Maurizio Manzini. Queste le sue dichiarazioni presenti in questo terzo episodio dal titolo "Oltre il risultato, una missione":
"Giorgio Chinaglia per me ha rappresentato l'orgoglio laziale, era uno che sfidava il mondo, sfidava qualsiasi cosa. Un'immagine che possa essere il simbolo di quello che Giorgio Chinaglia è stato quella volta che lui indicò la curva con il dito: gli hanno tirato di tutto, ma non l'hanno preso, gli hanno tirato persino una macchina fotografica. La cosa che io mi ricordo di Giorgio Chinaglia è stata la sua generosità, e su questo lui se l'è battuta con Gascoigne, perché se c'era una situazione in cui serviva un suo intervento, un suo atto di generosità. Noi andavamo in giro per gli ospedali, per cercare di stappare un sorriso a tanta gente che soffriva: a un certo punto ho notato che c'era un signore con una bimbetta che la teneva per mano, che veniva sempre dietro a lui. Il signore si è fatto fatto avanti, e ha detto "io sono laziale, e anche mia figlia, ancorché piccola, è comunque una grande laziale. Io sono un operaio, un manovale, e al momento sono addirittura senza lavoro. Per cercare di accontentarla, mi sono permesso di portarla qui, così ha visto da vicino i suoi idoli". La ragazza doveva essere operata al cuore, e aveva una gravissima malformazione, che la curava all'epoca soltanto Andrews, che stava a San Francisco. Poi Chinaglia ha detto a un suo assistente "prendi l'indirizzo di questo signore". Il giorno dopo, gli è arrivato a casa un assegno di 10.000 dollari che era la parcella di Andrews; un altro assegno, sempre di 10.000 dollari, per le spese di soggiorno, dovendo stare lì diversi giorni, e poi la sua maglia, con la sua firma, e un'altra maglia con la firma di tutti i giocatori. Questo signore era proprio fuori, e lui ha detto "come posso fare per ringraziarla?" E Chinaglia rispose: "Lei mi ha già ringraziato, perché noi non abbiamo bisogno di nulla. Ma a lei occorrono per una cosa grande, qual è la salute di sua figlia. Mi permetta di ringraziare io lei, per avermi dato l'opportunità di compiere questo gesto".
Gestione di Chinaglia da presidente? Ebbe un valido aiuto e collaborazione da parte di Felice Pulici, che era il suo amico prediletto. Mai si è tirato indietro. Magari qualche volta era difficile convincerlo ad andare a ritirare qualche premio, ma se c'era da andare a fare un'opera di bene, lui era sempre pronto.
Ritiro precampionato a Gubbio 1986? Siamo arrivati a Gubbio, dovevamo andare ai Cappuccini, abbiamo trovato un bel cartello, perché era chiuso. Mi ricordo che chiamai Gabriella a Roma e gli ho detto "Gabriè, qui siamo in questa situazione". C'era una specie di motel che era all'angolo fra due strade stradali, con dei semafori, per cui ogni due per tre c'erano colonne di camion che partivano, che arrivavano, un fracasso incredibile, proprio tutto l'opposto di quello che uno cerca nel ritiro, ovvero quiete e tranquillità. E però ci siamo potuti adattare. Venne poi il famoso fatto del meno nove. Mi ricordo una riunione veramente piena di umanità. Eugenio Fascetti chiamò tutti i giocatori, tutti noi, tutti assieme e disse: "Ragazzi, questa è la situazione. Chi se la sente, rimane. Se qualcuno vuole andare via perché non gli piace la situazione, posso anche capire, non avrò certamente nessun rancore verso lui". C'era gente che aveva vinto lo scudetto l'anno prima e che si era ritrovata sull'orlo della Serie C, in una squadra che stava per fallire. Lele Pin è stato il primo a dire "Noi siamo con lei Mister" e sono rimasti tutti: e poi quell'annata è andata come sappiamo. Col gol di Fiorini abbiamo acquisito il diritto di andare a fare gli spareggi. E con quello di Poli ci siamo salvati.
Caso? È stato un giocatore importante, veramente. Caso è stato uno dei giocatori più importanti, non solo per le sue qualità calcistiche, perché era veramente un giocatore che la palla la faceva cantare, ma aveva anche delle doti umane notevoli. Poi lui aveva una capacità: lui riusciva subito a vedere se c'era un momento di frizione che capita qualche volta nel calcio, e interveniva subito.
Fascetti? Era un ottimo tecnico, tanto come cominciare. Però la cosa che mi ricordo sempre di Fascetti ogni volta che ci penso me la ricordo e me la rivedo davanti agli occhi, era la sua passione per le carte italiane (come briscola, tressette) e la sua assoluta incapacità di accettare di perdere a carte. Quando giocava a carte e perdeva strappava le carte.
Giappone 2004? Noi siamo tornati, mi sembra, il 17 di luglio, e il 19 la Lazio avrebbe portato i libri in tribunale, tanti si vantavano, millantavano, ma soldi veri non c'era, per cui la Lazio portava i libri in tribunale, ed era finita: ed è lì che è subentrato Claudio Lotito. Tutto poteva essere veramente finito, invece non fu così. Come si lavorava durante quel ritiro? Eravamo a Sendai. Siamo stati bene. Abbiamo fatto una full immersion nel mondo nipponico. Ci hanno trattato tutti molto bene. Abbiamo provato il brivido dello Shinkansen, treno a proiettile. È stata un'esperienza valida, soprattutto dal punto di vista umano.
Primo impatto con Lotito? Lì veramente avevano fatto carne di porco: si erano dati uno per l'altro degli stipendi che non vi dico. C'era un tavolo molto lungo, tutti intorno, il presidente attuale stava da una parte, stava lì vicino al tavolo, e c'era il problema che questi erano in arretrato con gli stipendi. Allora disse "Vorrei conoscere l'importo di questi emonumenti. Te quanto guadagni? 800 mila? Te? Un milione? Te? Un milione e mezzo? Te? Due milioni?" E così via. Allora disse "Il sedere a me chi lo da'?" (ride, ndr.)
Ritiro Frantiskovy Lazne? Era una località nota nella Repubblica Ceca perché era un posto con delle acque termali che erano delle miracolose, dicevano. Chi le frequentava era gente che andava lì a curarsi: quasi tutti erano molto anziani. C'era il trionfo della geriatria. (ride, ndr.)
Derby 26 maggio 2013? Mi ricorda l'inno che venne fuori dopo la partita che tutti cantavano, soprattutto nei derby: "26 maggio, che giornataccia, volevi alzarla, l'hai presa in faccia". Se al fischio finale della partita ho pensato a papà? Devo dire che ho fatto questa riflessione tra di me, perché ero molto attaccato a mio padre, ovviamente. Dico "papà, forse vedendomi così felice, mi avrai perdonato di essere l'unico anziale di una famiglia di 350 persone".
Derby? Però per dirvi quale era il rapporto fra un certo tipo di giocatore e un altro, devo tornare a Gascoigne. Gascoigne era tornato da un grossissimo infortunio che si era speccato la gamba. Dopo molte cure e molti sacrifici è rientrato, e a un certo punto la partita stava quasi nei suoi 10-12 minuti finali. Parte lungo la Tevere e a un certo punto piglia una buca, qualche cosa, e cade. Tutti, compresi i portieri, non solo i giocatori nostri ma anche quelli della Roma, tutti intorno a vedere se si era fatto male. Quello l'ho trovato una cosa quasi commovente e comunque indicativa del fatto che fra atleti, al di là del fatto che uno possa avere una maglia di un colore e un altro di un'altra, però prevale sempre lo spirito di gente che sta sul campo e che sa che rischia le gambe e che porta solidarietà. Mi permetto anche di dire, forse è solo una mia impressione, che allora ce n'erano molto più che oggi.
Posso raccontare un episodio che mi ha visto protagonista in quell'occasione. Quella partita non finiva mai, quei minuti erano secoli veramente, e a un certo punto è stato fischiatoun calcio di punizione che era a tre quarti campo, è stata alzata la mano e io ho pensato che era finita. Oddi ha cercato di prendermi, ma non ce l'ha fatta, e sono arrivato a centrocampo, e c'erano i laziali che mi guardavano, i romanisti uguali, allora mi sono reso conto che la partita non era finita, che era stato un semplice calcio di punizione. Allora ho girato, ho slittato per tornare dietro prima che potessi, e sono arrivato davanti alla panchina della Roma, e c'era Mazzone che stava appoggiato, e mi dice "A Manzì, ma dove c***o vai? " (ride, ndr.)".
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